Il dopoguerra. Il dopo-Saddam. Ma come è cambiata Baghdad? Su
mentelocale.it il terzo racconto dedicato alla città irachena.
Mauro Casaccia, ventisettenne savonese laureato in Scienze della Comunicazione, è a Bagdad perché rifiuta «la normalizzazione di guerre e morte, ma anche per
affermare il diritto di indignarsi, sempre più anestetizzato. Per proseguire
un progetto di informazione che ponga al suo centro, semplicemente, le
persone e le loro storie. Per provare a raccogliere le voci di quelli che,
nel sistema informativo globale, non hanno voce».
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Baghdad, diario di guerra clicca
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Waiting for Godot a Baghdad. Il teatro
Al Taliaa, nello stesso caseggiato che ospita l'
Iraqi Human Rights Organization, ha poltroncine sfondate e scenografie bucate, come sola illuminazione il bagliore che filtra dall'esterno facendo brillare la polvere nell'aria e su ogni superficie.
«Stiamo provando da soli dieci giorni e non c'è la musica», si giustificano gli attori prima di mostrarci le prove della scena iniziale dell'opera di Beckett, piéce particolarmente significativa nell'Iraq di oggi.
Baghdad prova faticosamente a risollevarsi, a recuperare la sua vitalita, o più semplicemente cerca di sopravvivere, e lo fa anche attraverso l'arte, veicolo per esprimere, dopo anni di feroce regime, la voglia di libertà, promessa dagli angloamericani ma ancora sconosciuta nella capitale e in tutto il paese.
Si aspetta Godot. D'altro canto è del tutto normale che il bisogno di espressione, il desiderio di vita degli iracheni assuma forme artistiche, poichè l'arte è nel loro DNA. «Gli iracheni sentono che l'arte gli appartiene, che è parte della loro storia», mi aveva detto a febbraio
Al-Tai, famoso pittore e preside dell'
Accademia di Belle Arti di Baghdad.
L'arte è parte integrante della cultura irachena, di una civiltà millenaria che la guerra ha pesantemente violentato. Forse anche questo rientra nella logica dello scontro di civiltà teorizzato da
Hungtington, che oggi sembra essere una dichiarazione di intenti più che uno strumento di interpretazione della realtà.
La nostra civiltà stupra le altre culture? Mi viene in mente la risposta del
Mahatma Gandhi al giornalista inglese che a Londra gli chiedeva cosa pensasse della civiltà occidentale: «Sarebbe una buona idea».
Osservo con tristezza il desolato cortile del
Museo Nazionale di Baghdad dove, sotto l'enorme arcata d'ingresso, un tank occupa il portone principale. Proprio uno dei blindati che, secondo la ricostruzione di
Qasim, fotografo e pittore incontrato alla
Hewar Art Gallery, avrebbero sfondato i cancelli e le recinzioni dando di fatto avvio al saccheggio.
Guardo le finestre coi vetri frantumati, circondate dai tetri aloni scuri lasciati dalle lingue di fuoco, alla Biblioteca Nazionale, trasformata in un rogo che ha distrutto un numero enorme di testi inestimabili,
antichissime copie del Corano, mirabili esempi di calligrafia islamica e documenti rari dell'epoca ottomana. Il giornalista
Robert Fisk, che vide l'incendio, ha ricostruito sull'
Indipendent il suo tentativo di chiedere l'intervento dei marines per salvare parte della collezione «Ho dato la mappa del posto, il nome preciso in arabo e in inglese, ho detto che si vedeva il fumo da cinque chilometri di distanza e ci sarebbero voluti solo cinque minuti per arrivare là. Mezz'ora dopo non c'era neppure un americano sul posto e le fiamme si alzavano nell'aria per settanta metri».
Cammino con
Emad, professore universitario di inglese, tra le rovine della palazzina per i congressi nel complesso del
Palazzo degli Abbassidi, la cui costruzione fu avviata dal
Califfo Al Nasir Lidin Illah nel 1180 A.C. Mostra i resti delle pagine nella libreria bruciata, fissa attonito il posto dove era solito sedere nella sala delle conferenze, indica i cumuli di libri arsi che evocano gli osceni crimini nazisti.
Anche Emad, al pari di tanti altri, fa riferimento al ruolo dei kuwaitiani arrivati con i marines, oltre che ai criminali liberati in gennaio da Saddam, nelle distruzioni e nei saccheggi dei siti culturali. Così come molte testimonianze chiamano in causa le responsabilità delle forze USA nel consentire, se non talvolta sostenere, l'opera di devastazione dei razziatori.
«Gli americani erano la mano destra dei ladri alla Biblioteca e al Museo», dice
Saad. Qasim si spinge oltre: «I pezzi migliori erano già nel taschino americano»
continua...