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Non guarderò
Emad Al Kaissi, professore universitario di inglese, mentre sorregge la bandiera arcobaleno della pace. Poco prima aveva raccontato che la maggior parte degli iracheni non crede al
gruppo dei venticinque, il governo imposto dagli anglo-americani, e la ragione sta semplicemente nella card per le razioni, la tessera per ricevere le razioni alimentari, oggi in Iraq più importante della carta d'identità; per le strade di Baghdad la gente pensa che quelli non ce l'abbiano, perche' non hanno il problema di trovare da mangiare tutti i giorni, perchè sono arrivati
on the back of the tank, sono arrivati con l'esercito statunitense.
«Gli iracheni hanno grandi intellettuali e una cultura millenaria», dice Emad, «chi li rappresenta deve essere uno di loro, che ha condiviso tutte le sofferenze, le paure, le carenze, le ingiustizie del regime, delle guerre e dell'embargo».
Non vedrò il supermercato disintegrato accanto al
Ministero dell'Informazione, nè le auto sventrate e completamente arse nel parcheggio interno, circondate dai frammenti di vetro dei finestrini rimodellati dal fuoco.
Nemmeno guarderò la vicina moschea che, dal retro del supermercato crollato su se stesso, spunta fra le macerie con la sua cupola celeste e il minareto. Ma forse mi ricorderò del
canto del muezzin proveniente da essa all'improvviso, della litania che, senza comprenderne le parole, in questa Baghdad sofferente un tempo chiamata
Madina Al Salam,
città della pace, sembra assumere la forma dolorosa di un pianto millenario.
Mauro Casaccia