Il dopoguerra. Il dopo-Saddam. Ma come è cambiata Baghdad? Su
mentelocale.it il secondo racconto dedicato alla città irachena.
Mauro Casaccia, ventisettenne savonese laureato in Scienze della Comunicazione, è a Bagdad perché rifiuta «la normalizzazione di guerre e morte, ma anche per
affermare il diritto di indignarsi, sempre più anestetizzato. Per proseguire
un progetto di informazione che ponga al suo centro, semplicemente, le
persone e le loro storie. Per provare a raccogliere le voci di quelli che,
nel sistema informativo globale, non hanno voce».
Per leggere il primo racconto di Mauro Casaccia clicca
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Il primo missile su Baghdad, questa volta, ha colpito un palazzo nei pressi della
Banca dell'Agricoltura.
Poco distante, di fronte alla
Central Bank che ora è occupata dalle forze USA, abbiamo un incontro ravvicinato con i marines, così come ieri; i soldati dietro la trincea vedono
Franco impugnare la telecamera, puntano i mitragliatori e accerchiano il pulmino, fermo nel traffico di auto, carriole e camion.
Sono seduto al portellone e, aprendolo come ordinato per consegnare videocamere e macchine fotografiche, mi trovo una
Beretta italiana a un metro e mezzo dal viso.
Cerchiamo di spiegare e dopo l'aggressione iniziale, visti i tesserini delle delegazioni internazionali, si mostrano più cordiali. L'ufficiale, molto pacatamente, giustifica la misura di sequestro dei materiali con l'esigenza di sicurezza, anche nostra.
Il militare che, per fortuna, ha abbassato la Beretta si rivolge a
Francis, un diciannovenne texano dell'
International Solidarity Movement che si è aggregato al nostro gruppo di osservatori, chiedendo che cosa faccia a Baghdad. «Faccio quello che fanno loro» è la risposta. Il soldato scuote la testa.
Poi si fa incontro alla folla di giovani che si è radunata intorno, forse una delle ragioni per cui mi ha impedito di scendere dal pulmino per parlargli, e cerca di farli allontanare. Anche ad un ragazzo iracheno dice qualcosa di simile a quanto detto al suo connazionale «Cosa ci fai qui? Vai a casa tua».
La reazione di quello, che conosce l'inglese, è secca «Io sono già a casa. Tutto l'Iraq è casa mia».
I marines ci lasciano andare ma senza la cassetta di Franco, il rullino di Sabrina e il mio, srotolati davanti agli occhi. Perciò non posso fare altro che raccontare qualcosa delle fotografie che non vedrò mai, che nessuno vedrà mai.
Non guarderò la scarpa da bambino incastrata nel lungo groviglio di filo spinato che restringe la carreggiata di
Al Rasheed Street, nè il tavolino del venditore di cubi di ghiaccio nei 52 gradi della capitale irachena...
Non osserverò le lamiere divelte e i muri sgretolati dei locali dell'
Iraqi TV, le porte sfondate e le pareti bruciate della
Biblioteca Nazionale, il soffitto crollato dell'edificio per le conferenze nel complesso del
Palazzo degli Abbasidi.
continua...