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Baghdad: diario di guerra

 
Cronaca di un giorno di ordinaria follia in Iraq. Il primo missile sulla cittą e l'assalto dei marines a tre giornalisti. Di Mauro Casaccia
 
   

     
5 agosto 2003
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baghdad
Il dopoguerra. Il dopo-Saddam. Ma come è cambiata Baghdad? Su mentelocale.it il secondo racconto dedicato alla città irachena. Mauro Casaccia, ventisettenne savonese laureato in Scienze della Comunicazione, è a Bagdad perché rifiuta «la normalizzazione di guerre e morte, ma anche per affermare il diritto di indignarsi, sempre più anestetizzato. Per proseguire un progetto di informazione che ponga al suo centro, semplicemente, le persone e le loro storie. Per provare a raccogliere le voci di quelli che, nel sistema informativo globale, non hanno voce».

Per leggere il primo racconto di Mauro Casaccia clicca qui


Il primo missile su Baghdad, questa volta, ha colpito un palazzo nei pressi della Banca dell'Agricoltura.
Poco distante, di fronte alla Central Bank che ora è occupata dalle forze USA, abbiamo un incontro ravvicinato con i marines, così come ieri; i soldati dietro la trincea vedono Franco impugnare la telecamera, puntano i mitragliatori e accerchiano il pulmino, fermo nel traffico di auto, carriole e camion.
Sono seduto al portellone e, aprendolo come ordinato per consegnare videocamere e macchine fotografiche, mi trovo una Beretta italiana a un metro e mezzo dal viso.
Cerchiamo di spiegare e dopo l'aggressione iniziale, visti i tesserini delle delegazioni internazionali, si mostrano più cordiali. L'ufficiale, molto pacatamente, giustifica la misura di sequestro dei materiali con l'esigenza di sicurezza, anche nostra.
Il militare che, per fortuna, ha abbassato la Beretta si rivolge a Francis, un diciannovenne texano dell'International Solidarity Movement che si è aggregato al nostro gruppo di osservatori, chiedendo che cosa faccia a Baghdad. «Faccio quello che fanno loro» è la risposta. Il soldato scuote la testa.

Poi si fa incontro alla folla di giovani che si è radunata intorno, forse una delle ragioni per cui mi ha impedito di scendere dal pulmino per parlargli, e cerca di farli allontanare. Anche ad un ragazzo iracheno dice qualcosa di simile a quanto detto al suo connazionale «Cosa ci fai qui? Vai a casa tua».

La reazione di quello, che conosce l'inglese, è secca «Io sono già a casa. Tutto l'Iraq è casa mia».
I marines ci lasciano andare ma senza la cassetta di Franco, il rullino di Sabrina e il mio, srotolati davanti agli occhi. Perciò non posso fare altro che raccontare qualcosa delle fotografie che non vedrò mai, che nessuno vedrà mai.
Non guarderò la scarpa da bambino incastrata nel lungo groviglio di filo spinato che restringe la carreggiata di Al Rasheed Street, nè il tavolino del venditore di cubi di ghiaccio nei 52 gradi della capitale irachena...
Non osserverò le lamiere divelte e i muri sgretolati dei locali dell'Iraqi TV, le porte sfondate e le pareti bruciate della Biblioteca Nazionale, il soffitto crollato dell'edificio per le conferenze nel complesso del Palazzo degli Abbasidi.

continua...
 
 
 
 
 
 
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