La passeggiata ideale dell'uomo contemporaneo. Dove va? Da dove viene lo sappiamo.
Mi è capitato di partecipare di recente a un bell'incontro organizzato dall'ARCHIVIO DEL CONTEMPORANEO della Biennale di Venezia. È un ampio ciclo di conferenze, dibattiti, scambi di idee con persone e con istituzioni, gallerie d'arte o musei, definiti I luoghi dell'Innovazione in Italia. È scritto nella introduzione: "I cambiamenti sociali obbediscono alle stesse leggi delle epidemie: proprio come un virus, un'idea, una moda, un comportamento possono raggiungere una soglia oltre la quale producono un effetto a valanga. Questa soglia è il tipping point, il punto critico. Quando si supera il punto critico, la reazione sembra sfuggire alle normali relazioni di causa ed effetto: un piccolo cambiamento può innescare una vera rivoluzione... gli incontri si svolgeranno fra il 27 giugno e il 2 novembre e costituiranno un momento privilegiato per fare il punto sulla scena italiana: siamo finalmente vicini alla soglia critica in grado di determinare una svolta o la frammentarietà delle esperienze è destinata a continuare a prevalere?". Fra questi luoghi mi ha colpito il PAC-Padiglione d'Arte Contemporanea Museo del Presente di Milano, di cui è consulente artistico Jean-Hubert Martin.
Non lo conoscevo, e ho trovato il nome Museo del Presente estremamente affascinante. È possibile un museo del presente? E che cosa può essere, allontanandosi da una definizione che riguardi solo l'arte? Pensando a un museo del presente inteso anche come un gigantesco contenitore, un enorme solaio dove tutto quello che occupa il presente che viviamo, il bello e il brutto, i detriti e le cose brillanti, ricoperte di cerone e paillettes, è contenuto. È possibile? O nel momento stesso in cui la parola museo si unisce al presente cessiamo di occuparci di quello che sta succedendo per occuparci, inevitabilmente, di quello che è già successo?
Per questo mi rifaccio al titolo del mio incontro. Io, invitata come scrittrice perennemente alla ricerca di fotografare con le parole, di raccontare quello che è possibile (e in certi casi doveroso) raccontare OGGI, nel 2003. Il mio incontro aveva un titolo generico: I nuovi flaneurs del contemporaneo, che è la frase che campeggia sotto il mio , titolo che ovviamente si rifà a Walter Benjamin. Benjamin teorizzò la figura di chi passeggia senza meta per le vie della città(si riferisce a Parigi e ai suoi passages ma il luogo è indifferente)Il flaneur cerca lo straniamento e la conoscenza. Un certo tipo di conoscenza dell'ambiente e delle persone.
"È ancora alle soglie -scrive Benjamin- sia della grande città che della borghesia. Egli non si sente a suo agio in nessuna delle due e cerca un asilo nella folla... la folla è il velo attraverso il quale la città ben nota appare al flaneur come fantasmagoria. In questa fantasmagoria essa è ora passaggio ora stanza. Entrambe compongono il magazzino che mette la flanerie al servizio della vendita. Il magazzino è l'ultima avventura del flaneur".