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Luzzati: un museo per i 60 di lavoro

 
Emanuele Luzzati, artigiano della scena e protagonista di palchi non solo genovesi, si racconta in un libro e in una mostra: primo traguardo
 
   

     
19 dicembre 2000
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mentelocale di
Laura
Santini
   
Lo abbiamo incontrato qualche settimana fa da Feltrinelli, lo incontriamo questa settimana alla Tosse e a Porta Siberia: non è strano ma non è neppure una coincidenza. Luzzati è genovese e in questi panni si sente bene da molti anni; del suo rapporto con la città, afferma lui stesso, è chiara testimone la sua presenza. Eppure questo mese di dicembre che gli dedica tanta attenzione lo fa, e non a caso, per celebrare l'operosa attività di una vita portata avanti con stile e umiltà.
"Il mio è un mestiere": parole asciutte e misurate quelle di Luzzati per bloccare ogni volontà celebrativa nei suoi confronti rispettando il sottil esser genovese che disdegna l'apparire e accetta solo di essere considerato per quel che fa. Nel presentare il suo libro, sempre in termini scarni e prettamente denotativi, Luzzati ne ha brevemente tracciato la storia compositiva "Il libro nasce dall'idea di un editore (non ne fa il nome) che voleva pubblicare un libro intervista su Luzzati. Questo fantomatico editore a un certo punto scomparve. In un secondo momento Laterza - per il quale ho lavorato molto - mi ha chiesto una autobiografia. Gli risposi che non me la sentivo però gli indicai il lavoro di Rita Cirio che a quel punto aveva già raccolto un discreto numero di interviste. Il resto è stato solo un lavoro di completamento." Il Prof. Albini - intervenuto all'incontro - ci tiene ad aggiungere qualche parola in più su quel "lavoro di completamento": "il libro ha due pregi. Il primo è da rintracciare nelle domande intelligenti di Rita Cirio e il secondo è il fatto che con questo volume non si rappresenti solo la storia di un uomo bensì la storia di una cultura. Vorrei inoltre fare qualche complimento. Che memoria! Che precisione e dovizia di particolari." E infine un avvertimento "Una volta inganciato il libro va letto fino in fondo." Il libro è proprio scritto nella forma di una lunga intervista o meglio una lunga e raccolta conversazione tra amici e esperti che, nel rispetto dei ruoli - chi nella domanda chi nella risposta - narrano una parte della storia del teatro italiano del dopoguerra assolutamente determinante. Per Luzzati non è un'intervista, ma piuttosto "un lungo racconto, a cui Rita da l'avvio e ne mantiene vivo lo stimolo." La visita nella memoria offerta dalle parole nel libro, assume concretezza visiva in quello che sta per diventare il museo di Luzzati a Porta Siberia. Nell'unico edificio antico della zona del porto, per dieci anni ruoteranno di sei mesi in sei mesi i suoi lavori. A lui non piace la definizione di museo, eppure resta difficile definirlo in altro modo. Luzzati lo interpreta come una cosa viva che muta, per questo rinnega la parola museo auspicando che lo spazio sia "qualcosa di creativo e vitale." I lavori di restauro, condotti sotto la progettualità - genovese per eccellenza - di Renzo Piano, sono rispettosi dell'edificio - costituito da un vasto spazio con annesse alcune piccole stanze - al quale sono stati aggiunti per ovvie ragioni di ospitalità dei grandi vetri. Anche su questo Luzzati si è espresso con semplice efficacia "la mostra che per prima sarà ospitata è quella sui miei Mozart, semplicemente perché era materiale già pronto per essere allestito." Per la precisione saranno esposti i bozzetti delle scenografie per Don Giovanni, Così fan tutte, Le nozze di Figaro, Il ratto dal serraglio, Bastiano, e La finta giardiniera. " Il resto dei miei lavori verrà organizzato a cadenza semestrale. Conte mi sta dando qualche suggerimento sul prossimo tema che potrebbe essere il mio rapporto con Genova." Celebrazione, dunque, di un grande periodo di lavoro già concluso, ma anche inaugurazione di una nuova fase a cui l'instancabile artigiano sorride senza timori come a qualcosa di bello e ineluttabile.
 
 
 
 
 
 
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