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Spettacoli

Dio salvi il Re

 
I King Crimson entusiasmano il pubblico del Carlo Felice. Teatro strapieno e grande musica per i padri del progressive. Di Riccardo Storti
 
   

     
23 giugno 2003
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king crimson: power of believe
A Genova è così: o tutto o niente. Almeno per quanto riguarda gli eventi musicali dell'area progressive. Si aspettano mesi, se non a volte anni, perché qualche nome storico passi per la nostra trascurata (ma non trascurabile) città, poi, di botto, ti piazzano due concerti nella stessa giornata. È capitato il 21 giugno: al Teatro Carlo Felice, per la prima volta in assoluto, i King Crimson e al Porto Antico l'ex Marillion Fish (con tanto di apertura genovese della validissima Maschera di Cera di Zuffanti & co. e della cover band dei Queensrÿche, gli Anarchÿ-x). Visto che nessuno di noi - purtroppo - ha il dono dell'ubiquità, una scelta bisognava pur farla...

Teatro Carlo Felice gremito quasi all'eccesso, pronto ad accogliere il transito del Re Cremisi nel tour di presentazione della loro ultima fatica The Power to Believe.
I King Crimson sfuggono a qualsiasi processo di classificazione: così, come nel 1969 nacquero raccogliendo l'eredità mellotronica dei Moody Blues, oggi si ritrovano a fare i conti con il sound di band tipo Tool o, addirittura, Marilyn Manson. Hanno il pregio di sapere svecchiare il rock con l'intuizione intelligente dell'esperienza.

Fripp se ne è stato, come il suo solito, in penombra, nell'angolo destro del palco, illuminato solo dalle lucine dei rack della sua chitarra: nessuna confidenza con il pubblico, alcuni cenni agli altri della band e tanta professionalità musicale. Non è il massimo della simpatia, se pensiamo che a Varsavia, giorni fa, per qualche flash inopportuno, ha deciso di interrompere la performance...
Infaticabile Adrian Belew: la sua Stratocaster s'è divisa il capitale solistico della serata con episodi sublimi come in ProzaKc Blues e in Happy with what you have to be happy with; anche la voce, sempre ad alti livelli, è stato il quid che ha reso ancora più suggestiva l'interpretazione dei brani (Dinosaur e One time su tutte).
Dietro la batteria Pat Mastelotto: il suo drumming obliquo, zeppo di tempi dispari, anticipi e dinamiche decise, è la summa di quanto di meglio toccò la galassia King Crimson: c'è l'attenzione al dettaglio timbrico della percussione (dal rumore "urbano" a quello etnico), tipico di Muir, e la grande lezione di Bill Bruford.
Ottimo l'apporto di Trey Gunn: dire che suonasse il basso sarebbe riduttivo. In realtà dalle sue touch guitar (una sorta di chitarrona elettrica dal manico lungo con oltre sei corde e suonata come uno stick) uscivano suoni di basso, ma anche di violoncello, contrabbasso e, addirittura, tastiere.

La scaletta toccava brani degli ultimi dischi (The costruKtion of the light e Thrack). Due i bis: nel primo, la quasi inedita, o meno conosciuta, The Deception of the Thrush, composizione strumentale senza Belew con un solo di Gunn al limite della melodia (sembrava quasi una de-composizione di Starless); poi due estratti degli anni Ottanta: Three on a perfect pair per voce e chitarra acustica e Elephant Talk.
Durante il secondo bis, il Carlo Felice è letteralmente esploso: Frame by frame e una superlativa Red, che ci ha riportato indietro di 30 anni ma con i suoni di oggi.

Riccardo Storti
Centro Studi per il Progressive Italiano
 
 
 
 
 
 
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