Leggi le altre puntate delle avventure di Josef e Alex.
Cari amici,
vi scrivo da una piccola stanza d'albergo approfittando di un
momento di relativa calma. Sono ormai alcune ore che non si sentono né esplosioni, né colpi d'arma da fuoco anche se la tensione non accenna a diminuire. Da venti giorni è in vigore il coprifuoco e dopo le sette nessuno può uscire di casa, a meno che non abbia una speciale autorizzazione. Sono stato chiamato subito dopo i primi scontri, che ormai risalgono al mese scorso, e devo ammettere che non mi aspettavo una situazione così complicata. Eppure durante la mia lunga carriera mi sono trovato a stretto contatto con chi combatteva per motivi politici, religiosi, o più semplicemente per difendere terra e Patria, e spesso mi sono schierato andando oltre quello che era il compito per il quale venivo pagato. In tutti questi anni ho imparato, o quantomeno avrei dovuto, che ciò che spinge l'essere umano a scatenare i peggiori istinti, cancellando in pochi attimi intelligenza, cultura, umanità, non è l'oggettività di una situazione, ma l'intensità che la stessa provoca. La conoscenza di tutto ciò, la teoria insomma, non ha però impedito di stupirmi quando ho saputo che in Italia era scoppiata una guerra civile a seguito della decisione di abolire il calcio; ma a questo punto mi sembra doveroso fare un passo indietro e ritornare all'inizio di questa storia.
Tutto è cominciato il 19 giugno scorso quando la Federazione Italiana Gioco Calcio, smentendo le previsioni ottimistiche di molti addetti ai lavori, ha rigettato l'ordinanza del Tar siciliano che intimava la riammissione del Catania calcio al campionato di serie B. Non erano passati nemmeno dieci minuti dal lancio della notizia che nella città etnea si è scatenato il finimondo: aeroporto e stazione ferroviaria bloccati dalla folla inferocita, traffico paralizzato e consiglio comunale sospeso con l'aggiunta del gesto simbolico del sindaco che si è fatto incatenare al cancello dello stadio Cibali come ampiamente documentato da tutti i notiziari nazionali.
Intanto nella capitale, nel corso di una seduta alla
camera i parlamentari siciliani, accantonando ogni rivalità politica, ed unendosi ideologicamente sotto la bandiera rossoazzurra del Catania, pretendevano ed ottenevano che si discutesse non più di sanità, tema di giornata, bensì del più appassionante intrigo calcistico. Come si erano permessi i tre saggi nominati dalla FIGC di non attenersi ad una ordinanza del Tribunale? Era questo l'interrogativo più ricorrente ed anche l'onorevole di Forza Italia si prodigava in una difesa accalorata sulla sovranità dei giudici. In un aula ribollente che somigliava alla Bombonera di Buenos Ayres tutti erano concordi nel sostenere che quella era un'autentica ingiustizia perpetrata nei confronti del Catania, del resto la Sicilia è un grandissimo bacino elettorale, e le poche voci stonate che ponevano al centro del problema l'indipendenza dello sport, venivano tacciate di snobismo e menefreghismo anche dagli stessi colleghi di partito.
Le ore passavano e, complice il caldo, il clima diventava sempre più incandescente anche perché tutti i protagonisti della vicenda, nessuno escluso, invece di seguire l'elementare logica del silenzio, approfittavano di qualsiasi strumento somigliante ad un microfono posto davanti alle loro bocche per esternare pensieri e motivazioni, il tutto ovviamente condito da una buona dose di minacce. La più ricorrente era quella delle dimissioni che, come tutti ben sanno, è anche quella meno mantenuta. In molti cercavano una mediazione, ma l'esasperazione assunta dai toni allontanava ogni soluzione finché la sera del 22 giugno, proprio mentre il sottoscritto festeggiava il suo compleanno in un noto locale di Beirut, accadeva il fatto che avrebbe cambiato non solo il corso della vicenda, ma anche quello
del Paese.
seconda parte
terza parte
Josef