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Un museo che nasce è una scoperta.
Luoghi e oggetti dimenticati si preparano a riprendersi la propria esistenza e a trasformarla. Un processo delicato che necessita passione, conoscenza, studio e coraggio.
Genova nel 2004 avrà un museo antropologico dedicato alle culture del mondo e la sua sede sarà il castello D'Albertis. Una volta dimora del capitano D'Albertis (1846-1932), uomo di mare e studioso di scienze nautiche, geografiche e naturalistiche, viaggiò per il mondo portando in città la visione di terre lontane, i ricordi di viaggio insieme a tutti gli stereotipi e ai pregiudizi di un Occidentale alla conquista del mondo.
Oggi il castello, costruito tra il 1886 e il 1892 su resti di fortificazioni cinquecentesche, si sta preparando ad accogliere ospiti, curiosi, studiosi, esperti, mamme, papà, bambini. E lo fa con una serie di iniziative e incontri, l'ultimo dei quali, prima che arrivi l'estate, è previsto per il 5 giugno. Nella sala conferenze del Museo di Sant'Agostino, (Piazza Sarzano, 35R), alle ore 17, sarà possibile chiacchierare con Gerald McMaster. Artista e curatore indigeno del National Museum of the American Indian, Smithsonian Institution (Washington), spiegherà come si può far coesistere la voce del museo e quella indigena dei produttori degli oggetti esposti.
Ma per capire meglio cosa sarà il nuovo museo, e cos'è già oggi, ne abbiamo parlato con Maria Camilla De Palma, curatrice del Castello.
Cosa rappresenta quest'incontro con Gerald McMaster?
L'appuntamento con McMaster fa parte di una serie di altri incontri avvenuti durante l'anno sul tema dell'alterità. Tra gli invitati a discutere ci sono stati, tra gli altri, personaggi come Alessandro Dal Lago, Francesco Remoti e Francesco Surdich. Ma abbiamo invitato anche Ruth Phillips, direttrice del museo di antropologia di Vancouver.
Penso sia importante esplorare la diversità, e ribaltare la prospettiva con cui si creano i musei di antropologia in Occidente. Il museo antropologico dalle nostre parti è spesso un monumento al colonialismo, il mondo occidentale si è impossessato delle altre culture, le ha fatte sue, spesso con mezzi non proprio leciti, e mostra questo processo nella museologia. Questo non può più avvenire. Vogliamo invitare artisti ed esperti indigeni che facciano parlare gli oggetti dalla propria prospettiva: lui, in particolare, allestirà le collezioni nord americane del museo.
Come sono organizzati gli spazi del castello, cosa troveranno i visitatori?
Nella dimora neo-gotica sarà esposto il materiale etnografico ed archeologico raccolto dal capitano durante i suoi viaggi in America, Africa, Oceania e Asia, e la collezione etnografica del cugino Luigi Maria, primo esploratore del fiume Fly in Nuova Guinea (1872-1878).
L'ottica con cui l'esposizione sarà allestita sarà quella del capitano. Mentre nel bastione cinquecentesco restaurato, sarà presentato un altro percorso con collezioni storiche proposte in un'ottica contemporanea.
Cosa succederà da oggi al giorno in cui le porte del museo si apriranno a tutti nell'ottobre del 2004?
Dopo la pausa estiva continueremo a proporre incontri con artisti, sociologi, antropologi e curatori di musei di tutto il mondo. E, naturalmente, ci impegneremo per fare conoscere il museo e le sue ricchezze.
Quali sono i modelli museali a cui vi ispirate?
Una delle esperienze a cui guardiamo è quella del museo etnologico di Neuchatel il cui direttore sta criticando la funzione dei musei, la loro prospettiva, e ha fondato la museologia della rottura. Per quanto riguarda il rapporto tra struttura museale e visitatori il mio obiettivo è quello creare un luogo in cui fare delle esperienze divertenti, eliminare pregiudizi e certezze sull'"altro". Nel museo D'Albertis voglio allestire stanze che stupiscano.
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