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Ci siamo lasciati che ero un pizzico depresso, ma per fortuna ho una famiglia che mi vuole bene: ha capito il mio disagio, ma soprattutto ha realizzato che i veri problemi sarebbero stati i loro nel dovermi sopportare, di conseguenza eccomi nuovamente a disposizione di terroristi fanatici, dittatori spietati, servizi deviati e più in generale di chiunque abbia bisogno di lavoretti sporchi eseguiti in modo pulito.
Prima di rituffarmi nella quotidianità di pedinamenti e sparatorie, ho deciso di regalarmi una meritata vacanza in uno di quei villaggi turistici disseminati ormai in ogni angolo di mondo, che potresti anche andare nell'atollo più remoto del Pacifico e correre il rischio d'incontrarci il tuo vicino di casa. Per farla breve ho passato una "fantastica" settimana con formula
all-inclusive in una località del Mediterraneo. Appena atterrato sopra un campo di patate che loro definiscono aeroporto, sono stato avvicinato da quattro energumeni i quali, dopo aver praticamente sequestrato il mio bagaglio, mi hanno invitato a salire sopra un vecchio pulmino nove posti, in parte già occupato da tre coppie di tedeschi bianchi come cadaveri e vestiti come dei tedeschi: in modo improponibile.
Dopo un'attesa di 50 minuti finalmente siamo partiti, trecento metri e siamo arrivati al villaggio, se ci andavo in ginocchio impiegavo meno tempo! Ad attenderci una decina di giovani animatori sorridenti come se avessero vinto qualche lotteria, ossequiosi come il conduttore di
Grotta a Grotta, un programma che va in onda ogni sera su TeleBeirut. Uno di loro, con un viso così simpatico che avrei voluto conciarlo come De Niro in
Toro scatenato, mi ha accompagnato fino al bungalow che sul catalogo appariva come una reggia, ma in realtà mi ricordava la capanna dove, il solito De Niro giocava alla roulette russa nel film
Il cacciatore. Ho fatto in tempo a mettermi il costume, prendere il telo da bagno e uscire dalla stanza che sono stato precettato per un torneo di tiro con l'arco. Ho anche avuto la sfortuna di vincerlo, così mi sono guadagnato il diritto, quella stessa sera, di sfilare sul palco del teatro insieme a tutti gli altri vincitori di giornata, compreso quello della gara di tresette.
Per non tirarla troppo alle lunghe, anche perché devo preparare una missione di una certa importanza, mi limito ad un piccolo elenco di situazioni traumatiche vissute in questo viaggio di piacere che mi ha fatto capire il significato dell'aforisma "Il lavoro nobilita l'uomo".
Il tragitto verso la spiaggia era sempre accompagnato da musiche latinoamericane sparate ad un volume così elevato che il frastuono mi ricordava quello dell'artiglieria pesante, mentre dentro la piscina riscaldata per due volte al giorno un centinaio di semideficenti di ogni età eseguivano gli ordini perentori che un giovane, dal fisico scolpito e dal sorriso gelido di un tenente nazista, scandiva attraverso un minuscolo microfono collegato ad una cuffia che gli cingeva il cranio rasato.
Durante i pasti principali il buffet del salone ristorante veniva letteralmente assalito da un'orda scomposta che saccheggiava i vassoi carichi di cibo come se fosse a digiuno da settimane, ingerendo in pochi minuti le calorie sufficienti a nutrire l'immensa periferia di Città del Messico. Per il resto del giorno, ma anche della notte, potevi comunque azionare le mandibole usufruendo degli spuntini a base di pizze, focacce, bomboloni, gelati disponibili in ogni angolo del villaggio.
"Tanto è tutto pagato" sostenevano le cinquantenni biondo tinto, ingioiellate dalla testa ai piedi, provando a nascondere dietro minuti e variopinti parei, ettolitri di cellulite, ed era un bel contrasto con le trentenni tatuate come marinai e magre come i bambini delle favelas di Bogotà, che, a differenza delle altre, consumavano solamente yogurt magri e fette di ananas fresco.
Insomma dopo una settimana a questi ritmi il ritorno a casa è stato dolce più che mai, ma ora incombe il dovere, che a pensarci bene, non è certo l'ultimo dei mali.
Josef
(
di Andrea Comparini)
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