«Ma perché proprio Genova?» Questa fu la prima e spesso l'unica domanda che i miei amici e insegnanti di
Harvard mi fecero dopo aver detto loro che sarei andata a studiare all'estero.
Suppongo che nessuno si meravigliasse del fatto che volessi adare in Italia. Dopotutto, molti americani sognano di fare prima o poi una vacanza a Roma, Firenze, Venezia e la campagna toscana. Genova, invece, sembra essere caduta in qualche modo al di fuori della coscienza americana da quando uno dei suoi figli più famosi, Cristoforo Colombo, attraversò l'oceano. Il problema era, piuttosto, che non ero sicura di che cosa avrei trovato dall'altra parte dell'Atlantico. Dovevo stare lì per un po' per capire davvero che esperienza fosse.
Avevo bisogno di fare un passo fuori della mia fortunata e americanissima educazione.
Ciò che avevo capito delle tradizioni culturali italiane mi aveva ipnotizzato fin da quando ero bambina. Sapevo già che un giorno sarei andata in Italia per un periodo di studio. La famiglia di mia madre è di origine ebraica, dell'Est Europa e quella di mio padre ha origini scozzesi, gallesi e francesi. Ho parenti in quasi tutti i paesi europei eccetto l'Italia, ma
sentivo una impressionante connessione emotiva con questa terra che è qualcosa che tuttora non mi spiego. Dopo quattro anni di latino e uno di greco ho cominciato a studiare italiano durante il mio primo anno ad Harvard. Eccitata da questo mio primo anno di studi, cercai subito consiglio da Elvira Di Fabio, senior preceptor di italiano del Dipartimento di Lingue e Letterature Romanze. Così scoprii Genova o, al contrario,
Genova scoprì me.
Così venni in contatto con la professoressa
Susanna Branciforte che si occupava di un programma per l'integrazione degli studenti americani nella vita e nella cultura di questa città, frequentando dei corsi all'Università di Genova. Prima di partire conoscevo ben poco di Genova e della Liguria. Anzi, avevo un po' paura: ero un pioniere, stavo preparando la strada ad altri studenti che sarebbero venuti dopo di me.
Il sole all'aeroporto di Genova mi ha messo davanti alla realtà. Ero una piccola americana nella grande Italia, non sapevo neppure come c'ero arrivata. Susanna Branciforte mi aspettava all'aeroporto, poi partimmo sulla sua Audi, carica fino all'orlo delle mie valigie enormi, attraverso gli infiniti tunnel e i cavalcavia dell'Autostrada ligure. La mia avventura genovese cominciò così con la luce e il buio tra le gallerie, l'inglese da una parte e l'italiano dall'altra.
Per tutta la durata dei miei studi all'Università ho lavorato nello studio di Alessandro, un artista locale.
Ciò che era partito come un periodo di studio divenne ben presto una serie di progetti artistici e amicizia. Lo studio di Alessandro era al sesto piano di un vecchio edificio vicino al Porto Antico. Chi arriva a Genova ci mette un po' di tempo ad abituarsi al
repentino susseguirsi di salita e discesa che carattarizzano questa città. Come le montagne che digradano verso il mare, anche i palazzi digradano verso il porto, loro centro focale. Il centro storico è uno dei più grandi d'Europa e spesso mi perdevo nel labirinto dei suoi
caruggi, tra gli incroci e i portali dei palazzi.
Quando il pesante portone di ferro del palazzo di Alessandro si chiudeva dietro di me, sollevando una nube di polvere, ero subito circondata da un'atmosfera scura e pesante, solo un po' di luce cadeva da un albero. Cominciavo a salire al primo piano, un piede alla volta, seguendo le curvature dei gradini d'ardesia. Non importava che ora fosse, a colazione, pranzo o cena l'odore di pane caldo di forno invadeva l'aria al di fuori dell'interno 1A.
È l'odore che mi guidò per tutto l'anno, affamata,
lungo i caruggi in cerca di un pezzo di focaccia, una specialità tutta ligure.
continua...