"La gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto", diceva Charles Bukowski, ma per una sera lo spettacolo è lui stesso,
Bukowski, in
Confessioni di un genio, e non ce ne abbia il vecchio Hank. Eccolo, il più sregolato scrittore che l'America ricordi, in scena al
Modena con la regia di
Giorgio Gallione, sulle musiche del
Velotti-Battisti-Jazz Ensemble, e l'intepretazione di
Alessando Haber.
In una stanza piena di cianfrusaglie: bottiglie vuote, gatti randagi e fogli sparsi sul pavimento come idee germogliate e appassite, una battona sulla via del tramonto ci parla girata di spalle, aspirando a pieni polmoni da una sigaretta al mentolo. Simbolo di tutte le puttane raccattate in un bar, è lei l'amore dello scrittore ubriacone che non riusciva mai a trovare una brava ragazza, una che avesse una faccia pulita e camminasse profumata e diritta. "Dov'è una donna per bene? Sei vera? Chi sei?" È un'ossessione crudele o un'amara rassegnazione, questa? La voce di Haber esce stridula e ispida come la barba incolta che ha in volto, come lo sfogo riversato su carta, scritto chissà dove in qualche squallido motel tra Frisco e Los Angeles. Haber è perfetto in canottiera, bretelle e brache sdrucite, e nella voce con cui recita i versi dello scrittore e canta le canzoni di
Giuseppe Fuscheri, supportato in modo splendido dal quartetto jazz (Luva Velotti, sax e clarinetto, Marco Di Genova pianoforte, Carlo e Mauro Battisti batteria e basso). Perfetto, soprattutto, nello spirito tragico e al contempo sbruffone che dà al suo Chrles Bukowski.
Lo spettacolo è tutto incentrato sui due rapporti binomio uomo-donna, e uomo-collettività. Seppur circondato da mille amanti, è un Bukowski-Haber solo in mezzo al mondo, ubriaco nella notte a decantare il suo stridente bisogno di capire l'individuo e i segreti che ne decidono l'esistenza: "Se devi amare, se sei capace di amare, ama prima te stesso". Si, perché gli altri, gli editori rompicoglioni, il padre, le donne, prima o poi, inesorabilmente, voleranno via tutti, ma tu rimarrai sempre a fare i conti con te stesso. È così che attaccandosi a una bottiglia di birra come a una mammella, Bukowski-Haber ci dà qualche consiglio di vita, spifferato dal buco della serratura delle nostre case. "Il sogno di un uomo è una puttana con un dente d'oro e il reggicalze, profumata con ciglia finte, rimmel...che finge di apprezzare la musica sinfonica, e lava i piatti e fa pompini, e si ferma una settimana, solo una settimana, poi se ne va, e non torna più indietro a prendere l'orecchino dimenticato sul comò". O ci racconta dell'amico perfetto, quello sempre elegante, pulito e sportivo, con una bella casa, un bella moglie, un bel lavoro, i tacchi delle scarpe che non si consumano mai, sempre allo stesso livello, benvoluto da tutti. L'amico a cui, mentre all'ennesima festa di lavoro stringe mani sorridendo a tutti, gli fottono la moglie nel bagno a fianco.
Poi arriva la morte, che "va su e giù per la mia stanza". È a lei che Hank, con la voce di Haber che fa venire i brividi, confessa il suo segreto più viscerale e profondo: "Ho fatto la fame per l'arte", "Senti, morte, io volevo scrivere!". Ma Bukowski non è uno che ha paura di morire. Piuttosto si rammarica di lasciare sola la moglie in questa "pila di niente". Bukowski è arrivato alla fine, così si piega su stesso e si specchia, con una lampadina puntata in faccia. Si guarda, scruta le rughe profonde e, conclude, "Tutto sommato non è male essere Buck".
Haber, alle prese con un personaggio sopra le righe e difficile da mettere in scena, dà un'intensa prova di sé stesso. Molto azzeccato l'apporto del quartetto, scelto con grande intelligenza musicale e scenica. Unico neo, i versi sono praticamente limitati alle poesie. È un po' un rammarico per la parte di pubblico (me compreso) che adora la produzione di prosa di Bukowski, e che sarebbe stato curioso di sentire da una recitazione così stimolante anche qualche verso da scritti come, per citarne solo due, "Post Office" o "Compagno di sbronze".
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