Tutti a lavorare gratis per Facebook & Co. È vera libertà?

Laura Guglielmi riflette sul giornalismo nell'era del web 2.0. I social network portano ricchezza a pochi. A scapito della qualità e della libera informazione

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Mercoledi 13 maggio 2015

LO SPUNTO DI LAURA GUGLIELMI

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Giornalismo web 2.0., questo è il problema. Soprattutto quando a essere oggetto della notizia è la cultura. Abbiamo cominciato l'avventura di mentelocale 15 anni fa e a dicembre faremo una grande festa. Ma come dice Andrew Keen, maitre à penser della rivoluzione digitale in una recente intervista che gli abbiamo fatto – era qui a Milano per Meet the Media Guru qualche settimana fa ­ – c'è poco da festeggiare nel mondo del web.

Anche se noi di mentelocale stiamo per giungere a questa tappa importante, la rete sta creando nuove povertà. Tutti scrivono contenuti gratis per i social network, che rendono ricchi pochissimi.
Io vengo dalla carta stampata, come giornalista ho collaborato per Tuttolibri della Stampa ai tempi di Nico Orengo, per la Repubblica delle Donne ai tempi di Francesco Durante, e poi ho lavorato, anche come interna, al Secolo XIX, per le pagine culturali.

I primi anni di mentelocale ero entusiasta, perché stavo scoprendo un mondo nuovo, ora ­ anche se il mio lavoro mi piace sempre moltissimo ­ sono un po' preoccupata, perché non vedo soluzioni veloci, contro la spartizione del bottino pubblicitario tra i grandi protagonisti della rete, Google, Facebook e fratellini vari. Queste grandi aziende americane sono un problema non solo per le testate giornalistiche sul web, ma anche per quelle cartacee storiche che producono contenuti di qualità, come La Repubblica o il Corriere. Come YouTube, lo è per le televisioni.

In un'epoca in cui il lavoro sta scomparendo, molti giovani, soprattutto attraverso il cellulare, trascorrono ore su internet, che ormai in tanti (soprattutto in Italia) ­ confondono con Facebook. Nel web, come si sa ­ c'è molto molto di più di Facebook, ma loro non lo sanno, nessuno glielo sta insegnando.
Dallo smartphone – anche i meno giovani – leggono i titoli di molte notizie prodotte dalle testate giornalistiche su Facebook o su Twitter, e le commentano direttamente sulla piattaforma, portando poche visite ai siti.

Ora vi spiego una cosa un po’ complicata per i non addetti ai lavori, ma è importante capirla, perché possiate usare i social network, coscienti del meccanismo in cui operate. E delle conseguenze dei vostri comportamenti. Con le decine di migliaia di persone che hanno aderito ai nostri social, Facebook i link dei nostri articoli li fa vedere solo a 100/­200 persone, se non paghiamo la pubblicità perché vengano mostrati a più lettori. Negli anni, con estrema fatica e cura, abbiamo raccolto decine di migliaia di mi piace sulle nostre pagine – lettori che hanno scelto di ricevere le nostre notizie attraverso Facebook – e lui le fa vedere solo a qualche centinaia di persone, se non paghiamo la pubblicità. Vi pare?

Inoltre, noi stessi viviamo di pubblicità. La nostra azienda paga gli stipendi a noi giornalisti, webmaster e commerciali. Ma Facebook quei contenuti che produciamo sulla sua piattaforma non solo non ce li paga, ma in più pretende che noi sborsiamo soldi in pubblicità per mostrarli ai nostri lettori. Insomma Zuckerberg è un genio, ha inventato una trappola infernale che, se non intervengono delle nuove regole internazionali o almeno europee, rischia di minare l'informazione libera.

Perché per essere libera l'informazione deve avere delle persone dedicate che fanno un lavoro serio, professionale, attento. E perché ciò avvenga questi professionisti devono percepire uno stipendio, e perché percepiscano uno stipendio le testate devono fatturare in pubblicità. Che dire, quello che pensavamo fosse il regno delle libertà – io tra i tanti miei maestri ho avuto Franco Carlini, uno dei primi guru italiani della rete morto ancora troppo giovane – si sta trasformando nel regno del bengodi per pochi furbi.

Non che Google non sia un'invenzione straordinaria – fin dall'inizio ha sempre premiato anche noi –, non che Facebook non sia una piattaforma geniale, oppure che pubblicare il proprio libro su Amazon non possa portare dei risultati, ma al momento la situazione è scoraggiante. Tutto il lavoro culturale e informativo che milioni di persone regalano ai social network dovrebbe preoccuparci, così come tutti i nostri dati che queste piattaforme stanno raccogliendo, per aumentare i loro profitti.

Sono anni che avverto questa minaccia, non certo preoccupante come quella dell'Isis, ma da non prendere sotto gamba. Ho rilasciato già molte dichiarazioni su questo argomento in diverse interviste e quello che state leggendo è l'intervento che ho fatto a Bookpride a Milano. Credo sia giunta l'ora che i governi europei legiferino in materia, per frenare questa tendenza ad un capitalismo digitale senza regole.

Lo stesso problema si presenta per i registi, i musicisti, gli scrittori, insomma per tutti quelli che fanno mestieri, un tempo definiti intellettuali o artistici. Tutti a lavorare gratis, a postare video, concerti, corti su YouTube, e tutti che pretendono di fruire della cultura su internet, senza pagare un quattrino. E i nativi digitali ancor di più.
Poi che Tim Cook, l'amministratore delegato di Apple, decida di lasciare milioni di dollari in beneficenza, come tanti altri grandi imprenditori guru del web, mi fa sorridere. Perché invece di accumulare così tanto nel loro periodo di attività lavorativa, non dividono il bottino, creando più posti di lavoro nelle loro aziende? Sono assolutamente curiosa di vedere come andrà a finire l'accordo tra il New York Times e Facebook: una sperimentazione fondamentale. La testata americana ora pubblicherà le notizie direttamente sul social e potrà usufruire di una percentuale dell’introito pubblicitario.

Ora cerco di recuperare un po' del vecchio spirito, e svelarvi anche che è straordinariamente bello il lavoro che faccio, la redazione che abbiamo creato, la solidarietà tra tutta l'equipe, compreso l'ufficio commerciale e i webmaster. Distinguiamo nettamente la pubblicità dall'informazione e non lo fanno in tanti. Pur rispettando molto i nostri preziosi inserzionisti, che trattiamo con i guanti, così come i nostri lettori. Ci divertiamo a raccontare tutto quello che Milano, Genova e tante altre città d'Italia offrono a chi vuole occupare il suo tempo libero con intelligenza. Pubblichiamo recensioni teatrali, musicali, di libri. Facciamo spesso focus sui diritti civili, il mondo lgbt, l'ecosostentibilità, la qualità della vita urbana e la ciclabilità. Produciamo informazione sul cibo per la mente così come per il corpo, parlando anche di ristoranti e di eventi eno­gastronomici.

Spero tantissimo che mentelocale – una testata giornalistica un po' unica nel suo genere – che dà da mangiare a tante persone, possa arrivare a festeggiarne trenta di anni. Per fortuna i nostri lettori continuano a seguirci – sono 600mila tutti i mesi – e i nostri inserzionisti a pagarci la pubblicità. Insomma che fatica, ma anche che gioia.

Laura Guglielmi

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