Insolita (e speriamo, non unica) serata al Fitzcarraldo. Giovedì 28 novembre era di scena il progressive italiano de
La Maschera di Cera, gruppo genovese nato dall'idea di
Fabio Zuffanti con altri transfughi della galassia Finisterre/Hostsonaten (
Agostino Macor e
Marco Cavani), più la presenza di due elementi di spicco: il vocalist dei Real Dream
Alessandro Corvaglia e il flautista bolognese
Andrea Monetti (Embryo - ...sì, il noto gruppo prog tedesco - e Alhambra).
L'occasione è stata la presentazione di alcuni nuovi brani del secondo CD che uscirà a marzo,
Il grande labirinto, ma anche una "reprise" della suite che dà il nome al gruppo.
Track come
Il grande labirinto,
Ai confini del mondo e
La consunzione rivelano qualche cambiamento d'orizzonte rispetto al primo disco: si avverte meno la spinta derivativa classica in nome di un'accentuazione di moduli ritmici (rimodellati) che rimarcano episodi di trasversalità rock come Lark's Tongue in Aspic e Fracture dei King Crimson. Anche
Improvvisazione, link ideale tra la prima e la seconda parte, ha evidenziato momenti progressive aperti a suggestioni esterne.
Interessante la rilettura della suite de
La Maschera di Cera: la voce di Corvaglia, quando canta in italiano, ricorda in maniera tangibile quella di "Lupo" Galifi del Museo Rosenbach; inoltre, se le parti più melodiche ci rimandano all'alfabeto dei Camel e delle Orme, nella riverniciatura integrale, i toni più forti ricordano i Jethro Tull, gli Osanna, i King Crimson se non, addirittura, i Deep Purple.
Il concerto s'è chiuso con un omaggio ai Van Der Graaf Generator, la mitica
Darkness.
L'impressione è stata quella di avere assistito alla performance di un ensemble assai affiatato, capace di ricreare una serie di atmosfere con riferimenti musicali precisi, ma senza scadere nella banalità citazionale.
Colpiscono la forte energia e la simbiosi quasi telepatica della sezione ritmica, abilissima nel divincolarsi tra tempi dispari e stacchi mozzafiato (a Cavani e a Zuffanti piace l'accoppiata Bruford e Wetton...). Non da meno la notevole capacità di controllo timbrico da parte di Agostino Macor, che, immerso tra le sue cinque tastiere di ordinanza, ha curato ogni sfumatura sonora (non sempre consegnata generosamente dalla precaria acustica del locale).
Andrea Monetti è il valore aggiunto del gruppo: il suo flauto percorre itinerari suggestivi, frutto di un approccio personale con lo strumento.
Unico neo: la poca affluenza. Dicono che succeda sempre così quando c'è di mezzo la parola "progressive". Probabile, però sarebbe bene bandire ogni etichetta e, magari, fare solo presente che l'altra sera al Fitzcarraldo abbiamo ascoltato della buona musica eseguita e interpretata da gente preparata. Il resto sono solo pregiudizi.
Riccardo Storti
(Coordinatore del Centro Studi per il Progressive Italiano)