L'Inter-American Development Bank l'ha nominata nel '96 la strada più pericolosa del mondo. Questo appellativo è dovuto ai numerosi incidenti mortali, circa 26 all'anno, ossia una media di uno ogni due settimane. L'ultimo lo scorso settembre, un autobus di 42 persone, 31 morti. Ebbene sì, La Cumbre/Coroico, un budello di 37 km di discesa scolpita fra montagne in mezzo alla giungla. Per capirci, da quota 4800 a quota 1700 metri sul livello del mare.
Ore 8.00, dopo un'abbondante colazione mi dirigo verso l'agenzia, nostro punto di ritrovo. Fa freddo ma la giornata è proprio bella, sull'atrio conosco i miei compagni di avventura. Ci presentiamo ma non ci ricordiamo i nomi, siamo più interessati a vedere caricare le biciclette sul furgone che ci porterà a destinazione. Io per tutti sarò l'italiano, gli altri per me saranno l'americano, il danese, la coppia di olandesi e la coppia di svizzeri. Aspetto con ansia il rituale di consegna di caschi e guanti, ma tutto avverrà più tardi, guardo le bici un po' impaurito per quello che mi sta aspettando.
In fondo è solo un momento, mi guardo intorno e salgo sul furgone. Sono l'ultimo.
Il traffico di La Paz è come al solito infinito, tutto è talmente caotico che anche lo stare fermi mi fa venire i nervi. Scambiamo qualche battuta, c'è chi racconta dei trekking fra la cordillera reale e chi l'impresa di arrivare in vetta all'Illiman Potosi, la vetta che sovrasta la capitale boliviana. Siamo a oltre 6400 metri, ma in fondo non è così proibitiva, mi dice il danese. "Fallo guarda che è veramente grandioso". "...no grazie forse dopo oggi mi limiterò a poche passeggiate in rive al mare". A fatica raggiungiamo la fine della capitale e ci indirizziamo verso il nostro punto di partenza. Dopo poco tempo veniamo di nuovo risucchiati dal traffico. Ma qua c'è solo una strada! Non capisco. La nostra guida ci spiega che dobbiamo fare una serie di controlli al nostro pulmino, è questione di sicurezza, normale routine. Chiunque percorra questa strada, deve prima essere autorizzato dalla polizia locale, pertanto verifichiamo luci e frecce benzina e qualcosa che non ho capito da qualche parte intorno alla carrozzeria. Continuiamo il percorso incontrando laghi e vette innevate, qualche veicolo più veloce ci supera imprudemente, ma noi non siamo da meno e lo imitiamo, in fondo dobbiamo iniziare ad abituarci ai rischi.
Arriviamo a destinazione, fa veramente freddo, ma l'adrenalina inizia a scorrere e tutto sembra un pochino più caldo. Ora sì che riesco ad impossessarmi del mio caschetto, dei miei guati e del mio giubbino anti pioggia. Assestiamo la bici e controlliamo i freni, e si che li controllo, e anche molto bene. Tutto sembra a posto, partiamo. "Ragazzi, i primi 20 km sono in asfalto, ci fermeremo ogni 20 minuti e il tutto per il momento durerà circa 2 ore, non proccupatevi e fate correre le ruote". Non sono sicuro di quello che sto facendo, ma sono a quasi 4800 metri, fa freddo e in qualche modo devo scendere, inizio piano piano a pedalere nel misero tratto di pianura e poi... sì, faccio correre le ruote. La strada si apre su una immensa valle verde sovrastata dalle perenni cime innevate. Vado, sì vado, mi convinco e mi rannicchio sul manubrio. Rallento un po' in curva e mi faccio spingere dalla forza di gravità sempre più veloce. Mi piace, continuo, non mollo. Mi lacrimano gli occhi, sono in testa al gruppo, un po' la cosa mi piace. Facciamo una breve sosta per aspettare le due coppie che scendono con noi, mentre noi ammiriamo un po' di panorama.
CONTINUA...