"La poesia interpreta il mondo?"
Una domanda secca, bruciante, alla quale la Fondazione Carige e
Fuori Pagina chiamano a rispondere tre poeti diversissimi per estrazione, età, lingua:
Adonis (foto in alto),
Mario Luzi (foto in basso),
Edoardo Sanguineti. A porgere loro la parola, a stuzzicarli, a raccogliere le loro testimonianze un altro poeta, più giovane: Antonio Riccardi. E a fare da contrappunto, a rendere palpabili i versi, a mostrare alle orecchie del pubblico che riempie il Salone della Borsa che la poesia è cosa viva, un attore di teatro:
Giorgio Albertazzi.
«La poesia va letta ad alta voce, perché ha bisogno del suono per trasmettersi, per comunicare», spiega Albertazzi. Legge Dante, il folle volo di Ulisse. Legge Sanguineti, legge Luzi. Legge un componimento di Adonis: "...la poesia è il mio paese...", "...in ogni poesia c'è una dimora per me...".
E
Adonis, il poeta siriano, considerato il più grande scrittore arabo vivente, spiega quale è il suo approccio alla scrittura. Parla di un processo creativo che definisce "transcreativo", che implica un'apertura alla visione e alla conoscenza ben oltre i limiti imposti alle diverse forme di sapere. Abbatte il limite presunto tra cultura umanistica e cultura scientifica. «La poesia è essenzialmente trasgressione: impeto in tutte le direzioni al di là del tempo e dello spazio, degli individui e della società, di individui e di valori»: ammonisce che bisogna passare tutti i dogmatismi, soprattutto quelli religiosi, che pongono limiti alla conoscenza.
Nella società del nuovo millennio, ritiene Adonis, il poeta è tenuto a interrogarsi sul suo ruolo, con un movimento di approfondimento verticale che è in contrasto con l'appiattimento orizzontale della globalizzazione. Riccardi coglie uno spunto appetitoso per
Sanguineti, che parte da una citazione del Manifesto di Marx ed Engels per giungere al crollo delle ideologie. «Viviamo in un'epoca di capitalismo trionfante, che vive dell'ideologia che le ideologie sono finite. E la globalizzazione si fa portatrice di questo messaggio. Nel poeta non si cerca più un'interpretazione del mondo». L'idea del vate, del sacerdozio poetico è mortificata dalla realtà. Eppure c'è una grande produzione di versi, una sovrapproduzione che non trova lettori: «rimane una sorta di profonda nostalgia per quella che un tempo era sentita come una forma di comunicazione potente da parte di tanti giovani che scrivono». Ovviamente Sanguineti propone una soluzione: «credo che la poesia svolga un ruolo se rifiuta i modelli e recupera le pulsioni eversive nei confronti dell'ordine. Occorre un ritorno al disordine contro i continui ritorni all'ordine». E conclude che «non solo il mercato non è tutto, ma questo mercato è una rovina».
Per
Mario Luzi la soluzione è nel recupero dell'esperienza contro la turbativa delle ideologie contrapposte. «C'è stato un divorzio tra la poesia e il mondo che la doveva ispirare e ricevere: il divorzio ha continuato a lavorare, oscurando la verità». Una poesia, quindi incapace di interpretare il mondo, di assolvere alla sua funzione, sempre che non sappia riscoprire il valore delle cose elementari. E se si parla tanto di globalizzazione, Luzi spiega che la poesia non può
diventare globale, «perché lo è già a priori».
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(
foto di giacomo.revelli e simone.ortolani)