«Il primo intervento culturale da fare per Genova in occasione del 2004 è togliere quella orribile strada a mare che rovina tutto».
È categorico
Nico Orengo quando gli si chiede un consiglio per la città che si appresta a diventare Capitale Europea della Cultura: abbattere la sopraelevata. Lo scrittore sarà uno degli ospiti che animeranno, venerdì 8 novembre, la tavola rotonda
La comunità letteraria, la trasmissione della cultura, il lavoro del critico nell'ambito del convegno
Fuori Pagina organizzato dalla Fondazione Carige al Palazzo della Borsa. Orengo interverrà in veste di responsabile dell'inserto
Tutto Libri Tempo Libero de La Stampa di Torino assieme a Francesco Cevasco del Corriere della Sera, Paolo Mauri di Repubblica, Roberto Righetto di Avvenire e Caterina Soffici de Il Giornale.
Fuori Pagina si propone di capire quale può essere il futuro della cultura scritta in un momento in cui la comunicazione è legata quasi esclusivamente all'immagine. Lei cosa ne pensa?
«Innanzitutto penso che comunicazione e cultura non siano la stessa cosa. Noi che siamo legati ai libri e alla parola scritta siamo in un periodo di difficoltà per il dominio dell'immagine, è innegabile. Ma non bisogna arrendersi: chi vuole leggere e rileggere qualcosa che l'ha colpito lo può fare solo sulla pagina scritta».
Quale deve essere l'atteggiamento delle pagine culturali dei giornali in un frangente come questo?
«Questo dipende dalla politica editoriale delle singole pagine. Per quanto riguarda Tutto Libri è un inserto settimanale che ha il compito di sondare il panorama editoriale italiano, ovviamente operando una selezione. Possiamo scegliere di seguire gli sviluppi della carriera di un autore o cercarne di nuovi. È come la selezione della vetrina di un libraio. Quello che conta è cercare di essere convinti delle proprie scelte».
Lei, come scrittore, si sente rappresentato dalle pagine culturali dei giornali?
«Ovviamente si può sempre fare di più. Ma se si guarda indietro si vede che qualche anno fa c'era solo la terza pagina. Oggi ogni quotidiano ha almeno tre, quattro pagine. Poi ci sono i supplementi... forse quello che manca rispetto al passato sono le riviste di cultura umanistica. Il problema è economico, ma soprattutto di passione. Quando nascevano riviste come Il Verri non c'erano tanti soldi, ma un gruppo con idee forti in comune e passione».
Genova e il 2004. Quali sono le prospettive per la città?
«Genova ha avuto una grandissima rivoluzione partita dal suo cuore: il porto. Ha saputo reinventarsi come una delle città più belle d'Italia. I suoi tesori artistici sono straordinari e ha una posizione geografica forse faticosa, ma unica. E poi c'è questa cultura sotterranea, che stenta a venire fuori. La tendenza a tenersi tutto dentro è una componente del carattere della città, ma come ha risolto il problema del porto saprà risolvere anche quello della chiusura».
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