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Cultura
Giorgio Bergami, l'occhio di Genova
 
Realizza foto da oltre mezzo secolo. Le sue immagini hanno fatto il giro del mondo. Il suo archivio č impressionante
 
   

     
06 novembre 2002
 [3 voti]
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di
Silvia
Venturino
   
churcill e onassis
L'ho incontrato nella sua tana, un piccolo negozietto nel cuore del centro storico, in Via dei Giustiniani.
Appesi al collo ha una quantità di occhiali di cui non si riesce a capirne l'uso e non ho osato chiedere nulla in merito. Ma è la macchina fotografica la vera estensione di Giorgio Bergami dal 1953.

Come ha iniziato?
Studiavo ragioneria e durante l'estate facevo piccoli lavoretti per pagarmi le vacanze. Mi presentai ad un spedizioniere per fare le consegne. Non avevano bisogno di me, e mi dissero che Publifoto cercava un garzone. Fui assunto, e tre giorni dopo feci il mio primo servizio. Ripresi un fotografo che ritraeva un gruppo di pellegrini sugli scalini della Madonna della Guardia. Fu la mia prima foto.

Il personaggio che l'ha più emozionata nel ritrarlo?
Moltissimi, in particolare gli attori che sono passati per la Riviera negli Anni d'Oro. Ho un bel ricordo di Humphrey Borgat e Lauren Bacall davanti alla casa di Paganini. Hemingway sceso dalla nave, Liz Taylor e Laurence Olivier che passeggiavano per Portofino.

La donna più bella?
Naturalmente Liz Taylor e Ingrid Bergman, ma mi sento di dire che la più bella in assoluto è stata Virna Lisi a circa vent'anni a Paraggi. Era straordinaria.
Sempre a Paraggi ho passato una notte intera ad attendere Maria Callas. Si inziava a vociferare della sua storia con Aristotele Onassis.
Dopo il lungo appostamento, eccola arrivare: scarpe in mano, aria attenta per imbarcarsi sul barchino che la portava al panfilo dell'armatore greco.
La foto fece il giro del mondo. Fu pubblicata su tutti i rotocalchi in tutte le salse.

Lei ha fatto anche una grandissima quantità di foto di teatro, non è vero?
Sì, è in teatro che ho passato gran parte delle mie serate. Ho in archivio una grandissima quantità di foto raccolte durante la mia carriera, cui sono molto legato. Ho iniziato con grandi maestri come Tonino Conte, Lele Luzzati, Giancarlo Bignardi, Carlo Quartucci e Franco Vazzoler e con loro ho imparato a ritrarre le persone.
Fotografare tantissimi spettacoli mi ha dato un riferimento culturale e visivo che mi ha aiutato ad essere più attento alla gente comune.

I suoi reportage più significativi?

Li ho sicuramente realizzati in Cina e a Sarajevo.
Mi sono molto emozionato nel ritrarre i ritmi di vita orientali, così diversi dai nostri!
A Sarajevo c'era la guerra e poco tempo. Ho scattato oltre 2.000 fotografie in sole 24 ore. E' stato un lavoro molto pesante.
Non vorrei però dimenticare il voluminoso lavoro che ho fatto sui manicomi e sulle carceri minorili, su tutto il territorio italiano.

Com'è Genova per lei?
Ho un buon rapporto con Genova. Mi sono allontanato per poco tempo è ho sentito il desiderio di ritornare.
Ha una dimensione ideale, la gente è semplice e riservata, "poco milanese" come la definisco spesso. La cultura è multietnica e le infiltrazioni mi stimolano. Confrontarsi con altre culture genera umanità.
Qualcosa cambierei all'interno delle istituzioni. Pensi che lavoro a Genova da oltre cinquant'anni e non mi hanno mai chiesto una fotografia da esporre nelle occasioni importanti.

Cosa c'è nel suo futuro?
Insegnerò tecnica della fotografia al DAMS di Imperia per un anno, e poi vorrei portare a termine un lavoro su Genova che sto assemblando da parecchi anni su cui non voglio svelare molto. Posso soltanto dire che sarà propositivo e darà una visione della città molto affascinante.
Sto inoltre dedicando molto tempo allo studio della fotografia digitale che, per la sua flessibilità, porterà decisi miglioramenti, nei prossimi anni.
 
 
 
 
 
 
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