Genova si trasforma in Cinecittà. Pasquale Scimeca, il regista siciliano che ha girato Placido Rizzotto, ha scelto Genova per gli Indesiderabili. Il suo nuovo film ha coivolto molti genovesi che hanno prestato faccia e tempo ai personaggi muti del regista. Ecco una testimonianza di chi, per giorni, si è trasformato in comparsa.
Entro nella grande sala d'attesa sotto la stazione marittima, sono le otto del mattino e ho
una gran voglia di tornarmene a letto. C'è troppa luce qua sotto. Mentre mi guardo intorno per capire dove andare, vedo passare delle comparse in costume.
Mai vista tanta gente per un film. Saremo più di trecento. Fuori intanto continua a piovere. Arriva il mio turno ed eccomi trasformato in uno studente ragazzo sportivo, una specie di modello Armani. Ma non è finita, ci vuole anche l'ok del reparto trucco e capelli. Sembra quasi un rito d'iniziazione. Quindi devo fare un'altra coda. E così sarà anche per il pranzo e la vestizione.
Una sforbiciatina vicino all'orecchio e sono pronto, pronto per farmi un giro e curiosare. Non è tanto il set che mi attira quante tutte queste facce, queste tessere anonime di un mosaico davvero unico. "Non può essere stato il caso a riunirli tutti qui stamattina" osserva Giancarlo, che nella vita è grafico ed un sacco di altre cose, ma ora è un uomo del porto come me.
Un'ombra mi eclissa, è un uomo alto che stringe la mano a destra e sinistra. Il suo volto ha qualcosa di familiare, come lo sono i volti della tv o del cinema. Ma non riesco a dargli un nome. "Si chiama Vincent Schiavelli", mi viene in aiuto Ric uno dei nostri angeli custodi insieme a Mauri e Betta. "E' italoamericano, nel film ce ne sono anche altri. Quando comunicava con il regista via fax da New York, usava un misto di inglese e siciliano che ha appreso dai nonni." E il regista dov'è? Eccolo: capelli grigi, giacca di pelle e pantaloni belli larghi per poter star comodo e nascondersi, Pasquale Scimeca gira tra le comparse come un generale prima della battaglia, senza però averne la rigida marzialità e il codazzo di attendenti. Osserva le facce del suo film e quasi si confonde con quelle.
Seduto su uno sgabello sta invece Peppe Lanzetta, occhi che guardano il mare, un altro mare che se lo fissi ti perde. "Da dove vieni con quei vestiti e quel trucco che ti fanno molto Al Capone/Pacino, a quale ricordo stai andando, Peppe?" Non devono esserti estranee certe storie come anche i vinti a cui presti la faccia, animali che lottano per la sopravvivenza e sanno solo la legge del tutto oggi, anche se può costare cara. E c'è anche Antonio Catania, il giornalista Fusco del Secolo XIX, quello che tira le fila di questa storia di Indesiderabili, discreto e silenzioso come chi si sforza di registrare tutto. Già in parte, dentro e fuori, lui attore-giornalista; e Mario Rivera, musicista degli Agricantus che alcuni spacciano per iraniano. Sarà, ma a me sembra più un orso russo, bonario e imprevedibile come il personaggio che gli è stato assegnato, l'anarchico Taddei, anche lui indesiderabile per la nuova Amerika figlia di MacCarty e della paura.
Aspettano loro. Aspettiamo noi.
In questo spazio di attesa i veri protagonisti non sono gli attori ma le comparse, con il loro ondeggiare perpetuo, le loro domande, le richieste di attenzioni, i discorsi fatti ad alta voce, gli umori e le vite fuori. Sono baristi, metronotte, agenti di commercio, studenti, pensionati, mamme e papà, bimbi sottratti all'obbligo scolastico, frequentatori di Sert, pazzi logorroici, attori disoccupati o sottoccupati come il sottoscritto. Ma se qualcuno punta verso di loro una macchina fotografica, ecco che si mostrano pronti a concedere una posa da catalogo Vestro.
Fellini, che amava il set come le stazioni, per quei volti che arrivano e partono, ne era rimasto così affascinato da promuoverli a protagonisti in Ginger e Fred.
E continua a piovere. Si parla, si legge, si sta seduti a guardare fuori. Poi mangiafuoco -o era un caporale di giornata?- intruppa la truppa. Gli indesiderabili, i militari, i poliziotti e simili di là, gli uomini, le donne e i bambini dall'altra parte. E i giornalisti? A mare.
Quindi fuori tutti, tra la pioggia, che forse manca nella sceneggiatura, ma già che c'è viene arruolata.
Quando smetterà sarà il bravo Lucio a crearla magicamente con un idrante, sordo a suppliche e imprecazioni che vengono dalla banchina.
Tra un partenza motore azione si gira, si sdrammatizza con siparietti comici, ugole felici, piedi ballerini.
Le comparse sono un popolo di comici imitatori bravissimi. Si trasformano in romani anche se sono nati in Valpolcevera. Si sa, il cinema lo fanno a Roma, le maestranze vengono da lì, quindi è naturale che si resti influenzati. È l'egemonia della cultura.
Continua...
Antonio Travis