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Spettacoli

Primavera di Hostsonaten

 
Nonostante l'estate Springsong si fa ascoltare. Un Cd dai mille volti tra i progetti di Fabio Zuffanti. Di Riccardo Storti
 
   

     
23 luglio 2002
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jazz
Si fa presto a dire progressive. Questo Springsong di Hostsonaten, uno dei tanti progetti attivi di Fabio Zuffanti, va ben al di là di qualsiasi premessa.
Un CD dai mille volti dove non manca una pregevole ricerca sonora e un'attenta cura per i dettagli; riposante, per i notevoli squarci melodici, ma anche "inquietante" per la selva di dissonanze sparpagliate qua e là.
Colpisce l'uso di timbriche estranee al pop, teso a creare un patchwork quasi orchestrale eppure mai forzato o invadente. Non c'è spazio per il sinfonismo sintetico, talvolta un po' kitsch, in voga negli anni Settanta, anzi, in Springsong si nota soprattutto una riscoperta di strumenti musicali, legati ad un certo sound "popolare", che conferiscono al disco una piacevolezza d'ascolto.

Si sente l'Irlanda in quelle chitarre acustiche trattate come dulcimer e nei diversi aerofoni che si succedono soprattutto nei brani In the open fields, Kemper/Springtheme e nel finale della suite Toward the sea ("zufoli", cornamuse, flauti...). Ma c'è anche il Mediterraneo flamenguero di Evocation of Spring in a fastdance con un violino moresco che mima il cante hondo andaluso, tra percussioni nordafricane e un piano elettrico jazzy.
World Music con una spruzzata di relax ai confini della New Age? Niente affatto. Si passa dalle atmosfere "minimal" di She sat writing letters on the riverbank, per violino e pianoforte (con tanto di citazione cinematografica da Tarkovskij) a The underwater and 2nd reprime, divisa tra un inizio crimsoniano e una coda epica, sino all'obliquo valzer Low Tide, ricco di risonanze ipnotiche vicine ad una sensibilità psichedelica.
Non mancano, comunque, espliciti omaggi al progressive in track quali The wood is alive with the smell of the rain e nella suite finale Toward the sea: si avverte l'influenza soprattutto di gruppi dell'ala "dolce" canterburiana come Camel e Caravan, non solo nella naturalezza melodica ma anche nell'utilizzo di ritmiche "zoppicanti" (11/8, 5/4).
Meritano una segnalazione la chitarra elettrica di Stefano Marelli (quando interviene dà colore e calore) e il raffinato pianismo di Boris Valle (se in She sat...fa sentire la lezione del Novecento classico, in The Underwater i suoi interventi ricordano certe virate free jazz à la Keith Tippett).
Da notare alcune presenze, provenienti dall'etnica, quali Sergio Caputo (già collaboratore di Finisterre e Subsonica) ed Edmondo Romano (Eris Pluvia, Avarta, Orchestra Bailam) e quella di Roberto Vigo, tecnico del suono (già per i Meganoidi) ma anche tastierista.

Riccardo Storti
 
 
 
 
 
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