Sta forse cambiando qualcosa nella fruizione della musica, se un locale cittadino per fighetti decide di lasciare spazio ad una cover band specializzata nel repertorio Genesis anni Settanta? Lo straniamento è ancora più forte se pensiamo che il locale in questione porta il nome e lo sponsor di una notissima casa automobilistica tedesca (Volkswagen Time).
Stanno mutando i tempi ma, soprattutto, sono già cambiati: fa un certo effetto ascoltare
The Carpet Crawl o
Supper's ready in un'atmosfera (per fortuna non sonora) da night club. Non mancava la sostanziosa armata minoritaria di fans del prog anni Settanta, ma nemmeno quel pubblico in sala d'attesa che, tra un drinkino e un'ostentazione - diremmo quasi un'ostensione... - di vestitelli all'ultima moda, aspettava con una certa (e malcelata) impazienza l'inizio delle danze sfrenate a colpi di martellate disco.
Ma la sostanza sonora è stata ben altra perché, al di là della cornice poco congeniale all'evento, i
Real Dream hanno dimostrato di essere uno dei gruppi più preparati della città, sfoderando un repertorio irto di difficoltà tecniche ed espressive.
Su tutti spicca la presenza di
Alessandro Corvaglia: una gran voce, attentissima al dettaglio fonico e modellata sul vibrato tipico alla Gabriel. La sua è stata anche una performance teatrale, visto che si è presentato sul palco truccato in viso e, spesso, conferendo una valenza gestuale ad ogni pezzo. Canzoni come
Squonk, Back in NYC, The Battle of Epping Forest e
Supper's Ready si sono trasformate in un emozionante racconto visuale.
Impeccabile la sezione ritmica: il batterista
Andrea Orlando (già nei Finisterre) non ha sbagliato un colpo, quasi millimetrico, benché talvolta abbondasse in esuberanza; preciso e curato nei suoni anche il lavoro del bassista,
Gianni Iannece.
Fondamentali e sostanziali gli interventi del tastierista
Giorgio Ganora: il suo compito non era certo facile visto che la musica dei Genesis vive ed è cresciuta su impalcature orchestrali simulate da mellotron, organo e synth.
È emerso poco, invece, il suono della chitarra di
Roberto Rossi. Peccato, perché da quanto si poteva vedere (e poi ascoltare) le doti hackettiane di Rossi ci sono parse indubbie, sia nel tocco, sia nella riproposizione di schemi accordali di notevole raffinatezza.
Hanno dato il meglio del meglio:
Firth of Fifth, Afterglow, Get'em Out by Friday sino a
The Knife nel bis... poi ci ha pensato un impaziente dj a riportare le lancette avanti: la musica del jingle della Omnitel ci ha rovinato l'ottimo retrogusto lasciatoci da Corvaglia e compagni. Ma siamo usciti dal locale canticchiando
The Carpet Crawl.
Riccardo Storti