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(nella foto Ambra Gaudenzi con un'opera di Piero Gilardi)
«I primi libri che mi sono capitati i mano erano monografie di artisti e cataloghi di mostre: Bosch, Grosz...». Ambra Gaudenzi ha l'arte nel sangue. «Fare la gallerista è una questione di passione. E io con questa passione ci sono cresciuta». Non poteva essere altrimenti per la figlia di un pittore, Alf Gaudenzi, aderente al secondo futurismo, che nel 1967 decide di fondare, assieme alla moglie Piera, una galleria nel pieno del centro storico genovese. «Al tempo era una pazzia, un salto nel vuoto». Nasce così Il Vicolo, in salita Pollaiuoli, tra una tripperia e un bar. «Anche il tipo di proposta era un azzardo: era una delle prime gallerie a dedicarsi principalmente ai multipli, alla grafica. E poi proponeva artisti futuristi, in un momento in cui il futurismo era malvisto a causa delle compromissioni con il fascismo».
Ma l'azzardo è vincente. Nell'arco di pochi anni apre Il Vicolo 2, quindi Il Vicolo 3, spazi più adatti all'esposizione. «Una dimostrazione che se si è seri e si lavora bene, Genova è una città che ti premia». Anche se resta un po' chiusa verso il nuovo. «Il nostro segreto è nell'essere anomali. Abbiamo sempre diversificato i nostri interessi, prediligendo la grafica (cosa rara in Italia) e la serialità, ma spaziando senza preclusioni. Non vogliamo essere una galleria di tendenza: abbiamo fatto mostre di Durher e di artisti giovani. Non ci interessa essere modaioli». Lavorare a Genova non sembrerebbe, quindi, così difficile. E lavorare con mamma? «Lavorare con mia madre non è mai stato un problema, a parte i normali conflitti tra genitori e figli. La cosa più importante è che quando si tratta di fare qualche pazzia siamo sempre d'accordo». E adesso si profila l'ingresso di una nuova Gaudenzi nella conduzione della galleria. «Mia figlia ha 17 anni, e mostra un certo interesse per l'arte. Io non voglio forzare né lei né mio figlio. Certo che se decidessero di continuare su questa strada, ne sarei felice. E comunque mi sembra quasi naturale pensare a mia figlia: forse perché io lavoro con mia madre, mi sembra una passione che si trasmette di madre in figlia...».
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