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Cultura
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Still life: Francesco Arena

 
Un artista genovese che si guarda intorno. Con fiducia per il futuro e tanta voglia di confrontarsi. E un occhio di riguardo per il web
 
   

     
29 aprile 2002
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di
Donald
Datti
   
nelle foto immagini tratte dalla serie fotografica still life for life like people di Francesco Arena

«Ai miei tempi quando uscivi dall'Accademia eri un artista melanconico e un po' munchiano. Se non lo eri voleva dire che non eri poi così artista. Oggi i giovani mi sembrano più svegli e veloci ad aprirsi all'esterno». Francesco Arena è ottimista quando parla del futuro della scena artistica genovese, anche se magari bisognerà aspettare una decina d'anni. «Io sono nato nel 1966 e ho cominciato a lavorare alla fine degli anni '80. Allora non c'era comunicazione, non ci avevano insegnato a guardarci attorno. Oggi che l'arte contemporanea è trendy, e se ne occupano anche alcuni programmi televisivi, i ragazzi arrivano prima a conoscere quello che succede fuori». E per un artista che opera a Genova è importantissimo guardarsi attorno. «Perché questa è una città chiusa», anche se ultimamente c'è un grande interesse per l'arte contemporanea: «qualcosa si muove, grazie al maledetto G8 e alla scadenza del 2004. Ultimamente hanno aperto nuove gallerie. È un buon segno, vuol dire che i collezionisti ricominciano ad acquistare. Purtroppo i galleristi tendono a portare a Genova artisti già affermati fuori (il caso più clamoroso è Vanessa Beecroft per il G8): manca ancora la forza di curare una propria scuderia di artisti da scoprire e affermare».

È difficile, quindi, per un genovese venire fuori. «Io, ad esempio, ho dovuto andare a Milano e a Torino. Ho trovato dei buoni contatti: ho potuto confrontarmi con gente che lavorava nella mia stessa direzione. A Genova conosco artisti che abitano vicino a me: ci salutiamo da sette anni, ma non ho mai visto quello che fanno. Così non c'è confronto, e senza confronto non si cresce». Francesco è un artista visivo: «lavoro con le immagini e con la comunicazione. Lavoro con oggetti quotidiani, quelli che ci circondano e per i quali proviamo affezione. Non intervengo sull'immagine, non la manipolo al computer».

Le sue immagini usano spesso il codice linguistico della pubblicità, rielaborandone la matrice pop con interventi che decontestualizzano l'oggetto. Ci racconta di un progetto che sta portando avanti con il gruppo musicale dei Pornoshock: «si chiama Dresscode: si tratta di una serie di foto nelle quali i Pornoshock compaiono come soggetti "neutri", nel senso che non hanno una connotazione psicologica. La loro personalità viene specificata dall'oggetto che gli viene accostato». Tra l'estate e l'autunno questo progetto dovrebbe sfociare in una mostra-performance in una galleria genovese, in attesa di essere "esportato". Ma i progetti di Francesco sono tanti. E comprendono anche il web. «Sto portando avanti il mio Fotoromanzobiotecnologico, sempre in collaborazione con i Pornoshock. Si tratta di una serie di e-mail che arrivano a una mailing list. Ogni e-mail è un frammento di foto. Alla fine si avrà un'immagine unica. Ho voluto sfruttare le possibilità di internet rispettando il mezzo». Quindi ha simulato uno spamming, operazione che aveva già portato avanti nel 2000, con una serie di "massime del giorno" da inviare via mail. Del resto Arena è molto interessato a internet. Ha un molto ben curato, che usa come book: «è molto comodo: un tempo inviavi un sacco di foto e materiale alle gallerie e poi te le perdevano, non riuscivi più a riaverle, così ogni volta ci spendevi un sacco di soldi. Oggi dico: "andatevi a vedere i miei lavori su internet, poi se vi interessano ne parliamo"».
 
 
 
 
 
 
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