|
Che Francesca Mazzucato ci vuol bene a noi di mentelocale.it ve ne sarete accorti in tanti. Da più di un anno ci regala opinioni, racconti, emozioni. E ora vuole festeggiare l'uscita del suo nuovo romanzo Web Cam proprio con noi. A partire da oggi pubblicheremo quattro assaggi del suo nuovo lavoro, un'anteprima in esclusiva per internet. E fra poco troverete tutto "Web Cam" in libreria pubblicato dall'editore Marsilio.
Scrittrice erotica e non solo, con un vasto seguito di lettori che la cliccano in rete sui vari portali dove collabora, Francesca ha una visione contemporanea e lucida sul rapporto tra i sessi, sull'omosessualità e la bisessualità. Sa tirare fuori il non detto con semplicità, sa indagare nelle pieghe degli umori più profondi senza censure. La prima volta che la vidi parlare in pubblico -stava presentando il suo best seller Hot line- rimasi profondamente colpita dalla sua capacità di autoanalisi e dalla libertà con cui parlava della sessualità femminile. Poi è diventata un'amica cara, un'amica di cui è impossibile fare a meno, un'amicizia che poi lei ha voluto trasmettere a questo sito, di cui sono coordinatrice.
Grazie, Francesca. E in culo alla balena per il tuo web cam.
LAURA GUGLIELMI
da WEB CAM, romanzo di Francesca Mazzucato in uscita in libreria il 10 maggio
...è stato amore, un amore doloroso come un graffito del sottopassaggio.
Quelli disegnati con le bombolette. I graffiti del disagio e della rabbia. È stato un amore da emarginati in fuga dalle vite vere. È stato quello che pensavamo di meritare. Un amore tossico.
Io, la telefonista, e tu, il cliente.
Dopo, col tuo sapore dentro, ho vagabondato per strade sconosciute sia a Modena che a Bologna, passando la lingua sulle labbra lo facevo rinascere, e attraverso il tuo sapore ritornava tutto un po' appannato, ogni volta maledettamente più appannato, cazzo era come se stesse per svanire e più mi sforzavo di trattenerlo più si allontanava, muschio, fumo e dolore, lo succhiavo con una voluttà disperata ma poi rimaneva il vuoto. Il vuoto accompagnato dal rumore dei miei passi leggeri, i passi di un ombra ansiosa vittima di un sogno caduto in rovina, una povera cosa deformata.
Ho spiato luci basse, salotti e intimità di famiglie mai viste, ho girato per periferie dai colori sbiaditi, gialle le facce e le case, giardini diventati terre di nessuno con ammassi di sterpaglie, rifiuti e siringhe che mi sembravano tutti uguali a quello che vedevo dalle finestre del telefono erotico. Un panorama di rovine. Ho girato a piedi, camminate di ore, preda di una crescente ossessione che mi faceva ogni tanto fermare in una cabina per comporre il tuo numero come se prendessi parte ad un rito, un rito serissimo di cui non riuscivo a fare a meno, 051 6124..., pronto, riattaccavo, nuova cabina, 051, pronto, riattaccavo, per un numero di volte che poteva variare ma doveva essere sempre dispari. Sentivo la tua voce per un istante e provavo un sollievo temporaneo seguito dalla consueta inquietudine e allora ancora schede o gettoni, cabine e telefonate. Ho cercato con accanimento di serbare quelle poche ore, di non lasciarle volare via. Mi sono aggrappata ai brandelli di quei momenti, ai dettagli della tua casa rubati alla penombra, agli sguardi, quei pochi, che mi hai concesso. Perché i tuoi occhi andavano altrove, verso un orizzonte immaginario, oltre i muri, fuori dalle finestre. E, tra i fumi densi delle locomotive sullo stesso binario, ogni volta, ho sognato di vederti apparire. Ma non sei più tornato.
Adesso è passato del tempo, è sparita l'ossessione ma sei diventato parte di me, quel tempo così rapido del nostro incontro si è trasformato in un tempo eterno. Immutabile e intoccabile. Ho vissuto rapporti fatti di aggressioni e torture, le eterne torture degli amanti. Mi sono lasciata trasportare da quel gioco di andirivieni, virate, progressi e rotture che tessono e alla fine disfano il legame con gli uomini. Tu c'eri. In qualche modo restavi in un angolo. Silenzioso. Percepivo la tua presenza, forse ti evocavo. La percepivano anche quegli uomini insignificanti. Uomini di passaggio, talmente tanti che credo di non ricordarmeli con precisione. Confondo i volti, le professioni, i corpi, le macchine, le natiche (dettaglio che non trascuro mai, almeno al primo approccio). Volti, mani, sessi curvi, letti di case e di alberghi, bottiglie di vino consumate in fretta nell'illusione che potessero inventare una passione che non c'era. Uomini che poi mi abbandonavano. Dopo poco, di solito.
|