Sabato scorso è scomparso dalle scene italiane uno dei più grandi e "incompresi" uomini del teatro italiano.
Carmelo Bene ha cambiato il modo di intendere il teatro e, anche se pochi lo sanno, il suo percorso artistico è iniziato proprio a Genova.
Qualche giorno fa mi è capitato di intervistare
Tonino Conte e di fargli qualche domanda sul libro che sta per essere pubblicato per i tipi di
Einaudi,
L'amato Bene. Al centro della narrazione un anno dell'avventura teatrale condivisa dai due teatranti alle prime armi.
Giugno 1960, Carmelo Bene ha appena terminato il proprio corso di studi all'Accademia di Arte Drammatica di Roma, non sa bene che fare e si ritrova a Genova, dove incontra Tonino Conte. In due hanno poco più di quarant'anni, le loro affinità elettive scarseggiano, ma si ritrovano a fare teatro insieme.
«Il romanzo l'ho scritto circa quindici anni fa», racconta Conte, «mi ero appena comprato il computer e, per impratichirmi, mi sono messo a scrivere ricordando i tempi in cui giravo l'Italia a trovare qualche "piazza" per Bene. Come molti miei scritti, anche questo è finito in un cassetto. Poi, un po' di tempo fa, la mia compagna l'ha mandato a varie case editrici. L'Einaudi si è dimostrata subito entusiasta, e mi sono sorpreso quando hanno anche tirato fuori dei soldi».
La fine del racconto di Conte coincide con la prima rappresentazione romana del
Dottor Jekill, «a cui non ho assistito perché io e Bene avevamo litigato», continua il regista e scrittore. E quando gli domando com'era Genova quarant'anni fa, mi risponde che la situazione, soprattutto in campo teatrale, era desolante. «Negli anni Sessanta non esisteva altro che lo Stabile, l'ambiente del palcoscenico stagnava, non si riusciva a intravedere un cambiamento. Certo in quel periodo Trionfo iniziava a "sperimentare", ma l'unico posto in cui anche i giovani avevano spazio era il teatro universitario. Per il resto regnava un conservatorismo spietato. Poi le cose sono cambiate, dopo il Sessantotto» .
Nella sua autobiografia, il "grande mattatore" racconta che ha cominciato a Genova, scrive della sua amicizia con Trionfo, ma di Conte non si parla. «Eppure io c'ero», assicura Conte sorridendo, «mi occupavo dell'organizzazione, cercavo soldi in giro per la penisola, mentre lui faceva l'artista. E così in un anno abbiamo debuttato con
Caligola di Camus al Genovese, nei night della riviera adriatica con l'
Ulisse di Joyce e con
Dottor Jekill alla Borsa di Arlecchino di Aldo Trionfo e poi a Roma».
Un romanzo dai toni picareschi, un viaggio alla ricerca di soldi e ispirazioni, un modo diverso per conoscere l'Italia anni Sessanta insieme a una delle figure più irriverenti e discusse del teatro del Novecento. E, forse, diario di un'amicizia mancata.