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Detective schizofrenico per par condicio

 
"Ero stufo che i pazzi fossero sempre i criminali". Sandrone Dazieri spiega così, nell'incontro a mentelocale, la nascita del suo Gorilla
 
   

     
05 dicembre 2001
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di
Donald
Datti
   
Sandrone Dazieri arriva con un'ora di ritardo. Uno sciopero ha bloccato il suo treno in stazione a Milano. E lui, invece di smadonnare, spiega, durante la presentazione del suo romanzo La cura del Gorilla a mentelocale café, di essere «solidale con quelli che hanno fatto ritardare i treni, perché dietro c'è tutta una questione di sfruttamento e corsa al ribasso nelle gare di appalto dei servizi. Quindi c'è un sacco di gente che lavora troppe ore e viene pagata poco». È il suo passato di militante Leoncavallo - «ma non mi piace dire ex militante. Mica sono diventato Liguori. È che a una certa età uno non se la sente di girare troppo per i centri sociali» - che emerge dietro lo scrittore e direttore dei Gialli Mondadori.

«Mi ha fatto piacere vedere quella gente protestare, come mi ha fatto piacere vedere i pacifisti qui fuori. Avrei preferito fossero qui dentro, ma va bene lo stesso». Scherza, è brillante, non si prende troppo sul serio ma a suo modo è decisamente serio. Spiega che è arrivato a scrivere romanzi noir perché ha capito che per rappresentare veramente la realtà bisogna inventarla: «Ho provato prima come giornalista: quando non intervistavo Pippo Baudo per le guide TV cercavo di scrivere del mondo dei centri sociali, di una realtà emarginata dai media. Ma riuscivo a farlo solo in maniera limitata. Anche quando ho scritto un reportage per Castelvecchi, una guida all'Italia overground dei centri sociali, non sono riuscito a fare uscire la realtà che conoscevo». Per questo ha dato al personaggio del romanzo il suo nome. E il suo fisico, anche. «E visto che ha il mio fisico, come buttafuori non è che possa fare più di tanto. Non potrà mai essere la guardia del corpo di Fiorello, per intenderci».

E allora è naturale chiedere se la schizofrenia del personaggio (un detective che non vuole fare il detective e che si divide tra il Gorilla e il Socio) è anche la schizofrenia dell'autore. «Il fatto è che ero stufo di serial killer e assassini pazzi. Non si può spiegare il delitto sempre e solo con la follia. A volte ci sono anche dei motivi per uccidere. E allora ho voluto che per una volta il pazzo fosse chi svolgeva le indagini. Eppoi ho sempre amato Rex Stout, le indagini di Nero Wolf e Archie Goodwin, la mente e il braccio, quello che si sbatte, prende le botte e si fa un culo così e l'altro che non si muove di casa, si ciuccia le labbra e ogni tanto dice "il colpevole è lui"». Ma poi, a ben vedere, l'idea nasce da un periodo si depressione: «sono in analisi da quattro anni per capire perché sono allegro o triste nei momenti sbagliati. Quando sei allegro, ti sembra che la persona triste sia lontanissima da te, non ti sembra nemmeno di conoscerlo. Sei due persone diversissime e che sembrano inconciliabili».

Così come sembra inconciliabile la passione per la realtà vera, quella di un'Italia metropolitana (tra Milano, Torino e la natia Cremona) e spesso ai margini, e quella per l'atmosfera fumosa e piovigginosa del noir anni '40, che pure, osserva la giallista genovese Annamaria Fassio, si respira ne La cura del Gorilla. Ma per spiegarla a Dazieri basta mostrare il suo cappello, che fa tanto Marlowe di Bogart: «sono cresciuto leggendo Dashiell Hammet e Raymond Chandler, e quello che uno legge, alla fine, anche senza volerlo, lo mette in quello che scrive».
 
 
 
 
 
 
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