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Astronaughty
 

Lo zingaro del vinile

 
Un tuffo negli esotici ritmi afro-jazz con Dub Master Spillus. Tanti dischi in tanti posti, con un vecchio Atari per comporre
 
   

     
31 ottobre 2001
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di
Giulio
Nepi
   
Le parole bisogna tirargliele fuori con la tenaglia. «Suono dal '79». Che fanno circa ventidue anni, passati al centro della scena undergorund genovese. «Ho cominciato con le discoteche, mettevo soprattutto punk e new wave. Poi più o meno agli inizi degli anni '80 ho scoperto la musica afroamericana, reggae e hip hop».

"Dub Master" Spillus è uno dei DJ genovesi che meno hanno bisogno di presentazioni. Dal ‘92 è in piedi il progetto Astronaughty, con cui ha pubblicato due LP e una decina di singoli. Il primo hit è stato 500, ai tempi delle colombiane, l'ultimo progetto in ballo è Freedom rides, il venerdì e sabato sera di mentelocale.
Il nick di DubMaster, maestro del dub, glielo hanno appiccicato alla Rai, con cui ha collaborato a lungo. Mentre invece il nomignolo di Spillus se lo porta dietro già dalle medie.

«Il dub è nato da una semplice questione economica, all'incirca alla fine degli anni '60, in Giamaica. Quando si pubblicava un 45 giri e non c'erano soldi per incidere una seconda canzone sulla facciata B, allora si ripeteva il pezzo della facciata A, ma strumentale, senza voce. I selecter, i dee-jay giamaicani, mettevano su questi pezzi strumentali e ci cantavano sopra. Da allora il dub è maturato, si è fatto un genere a sé stante, guadagnandoci parecchio con i nuovi effetti elettronici».

Il dub è l'unico genere musicale a cui Spillus appiccica un nome, un'etichetta. Ma farsi spiegare il resto del suo universo musicale è un'impresa. Riassumiamo così: tutto ruota intorno al jazz, o meglio, alla musica afroamericana. E qua fioccano i distinguo, perché Spillus, da buon musicista, ha un'idea di jazz che è un po' difficile far coincidere con quella restrittiva comunemente intesa, di Louis Armstrong e Keith Jarrett. «Guarda, anche la techno può essere jazz. Basta ascoltare certi DJ neri di Detroit: si chiama techno, ma non ha niente da spartire con quella europea».

Tu suoni spesso musica lounge, un genere che oggi va molto di moda...
«Attenzione a non confondere la lounge di oggi con quella che invece era la musica cocktail o exotica degli anni '60 e ‘70: io mettevo pezzi di Frank Sinatra e vecchie colonne sonore già dieci anni fa. È una musica molto bella, giustamente rivalutata: quando vado alla ricerca di nuove musiche e trovo i vecchi dischi, li prendo in blocco. Invece le nuove produzioni mi obbligano ad un tour de force mostruoso, perché trovare qualcosa di decente è difficile»
Stiamo sempre parlando di dischi intesi nel senso di vinile, immagino.
«Certo. I dee-jay usano il vinile, punto e basta».
Usi i dischi anche per comporre?
«No, mai, non uso il campionatore, non mi piace sfruttare il lavoro degli altri. Ho un piccolo studietto in casa, lavoro con le tastiere e uso un vecchio Atari come sequencer, funziona benissimo».
Come trovi la scena musicale genovese?
«Mah, sinceramente non la seguo molto, anche se indubbiamente ci sono molti gruppi in giro. Conosco di più il pubblico, che a Genova è molto difficile. Però poi ti si affeziona: spesso quei gruppi italiani che si sono fatti le ossa suonando da noi - penso ai Mau Mau o agli Africa Unite - aprono le loro tournée proprio con Genova. Il problema qui è un altro».
Quale?
«A Genova non esiste una discoteca vera e propria, non esiste un luogo dove fare concerti, non esiste una radio, i locali non hanno impianti adatti. Le idee ci sono ma poi devi fare i conti con quest'ambiente. E finisce che bisogna andare a Milano».
 
 
 
 
 
 
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