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Sanguineti e L'amore delle tre melarance

 
Un nuovo travestimento per la regia di Benno Besson. Tra fiaba e commedia dell’arte, attori e maschere in una storia antica, eppure moderna
 
   

     
31 luglio 2001
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mentelocale di
Laura
Santini
   
Nella foto in alto di Tommaso Le Pera
Fata Morgana: Orietta Notari e altri
In basso ritratto del regista Benno Besson

Debutta questa a sera, martedì 31 luglio, al Festival di Borgio Verezzi L'amore delle tre melarance, un travestimento fiabesco e gozziano di Edoardo Sanguineti, da un canovaccio di Carlo Gozzi. Con questo testo Gozzi debuttò nel gennaio del 1761 al San Samuele, ridando nuova vitalità alla commedia dell'arte. Il drammaturgo aveva infatti tradotto la sua concezione scenica nelle Fiabe Teatrali, proposte dalla compagnia di Antonio Sacchi.
Il regista Besson e, insieme a lui Ezio Toffolutti, seguendo l'esempio di grandi esponenti del teatro tedesco da Goethe a Schiller fino a Brecht, hanno già da tempo rivalutato il lavoro dello scrittore settecentesco, da loro definito "grande genio della provocazione".
Abbiamo parlato con Sanguineti per scoprire il lavoro di riscrittura messo in atto per questo nuovo travestimento.

L'incontro con Gozzi è cosa recente?
Dal punto di vista della lettura non è una novità. Come intervento teatrale invece è cosa nuova, dettata da una richiesta di Besson, che voleva scrivessi il testo. E così infatti è stato, perchè l'originale non è che un canovaccio corredato da un centinaio di versi.

Come si trova a lavorare con il regista Besson?
Con lui avevo già lavorato 20 anni fa. Devo dire che ha le stesse qualità di allora. Non potrei dire che sia migliorato. Era già bravissimo.
In quell'occasione avevo tradotto Edipo Tiranno di Sofocle. Questa volta invece ci siamo ritrovati in piena commedia dell'arte. Eppure c'è un punto comune: l'uso delle maschere. Quelle classiche della tragedia greca allora, quelle tipiche della commedia oggi. Tra le due esperienze esiste una sorta di continuità, che è quella che esiste tra il mito e la fiaba. Anche se il tono è profondamente diverso, qualcosa resta.
Restano i cento versi che ho recuperato per intero. Ho costruito una commedia in tre atti divisa in due tempi (così almeno era nel debutto a Venezia). Il testo era molto ampio, ma ha subito qualche taglio per rendere la cosa più veloce, come piace a Besson. Ho poi usato il verso martelliano (fatto di settenari accoppiati a rima) che, nato nel '700, ha avuto breve e scarsa fortuna, mentre qui funziona come riflessione ironica sull'uso del verso stesso. Il tono comico creato da questa forma recupera il ritmo da strofetta infantile che ben si sposa con la fiaba. L'uso dei versi, all'interno del testo, subisce delle variazioni, ho per esempio creato un sonetto e reso un coro in terzine.

Lei ha detto che ha "scritto" il testo, dunque cosa resta dell'originale gozziano?
Sì, ho agito in piena libertà e ho portato la fiaba ai giorni nostri.
Resta per esempio la polemica di Gozzi nei confronti di Goldoni, che ho proiettato ai nostri giorni e rivolto verso la TV.

Besson è affiancato nella regia da Ezio Toffolutti. Cosa significa avere a che fare con due registi?
Vent'anni fa quando lavorai con Besson, Toffolutti era già co-regista. È dunque lo stesso gruppo che si ritrova dopo vent'anni, con il vantaggio di una certa facilità di intesa.

Di travestimento in travestimento. Da Pirandello a Gozzi, quale continuità?
Il travestimento è un genere che amo molto. Dal primo che feci l'Orlando Furioso per Ronconi, ogni volta mi fa incontrare un problema diverso. Con Ariosto, per esempio si doveva affrontare la trasposizione del testo in ottave in un testo drammatico, con narrazione in prima persona e azione simultanea. In Sei Personaggi.com, è rimasto lo schema di partenza e la tematica come sfondo, ma profonda è stata la riscrittura. Direi che il lavoro fatto sul canovaccio di Gozzi somiglia di più al travestimento della prima parte del Faust di Goethe, anche in quel caso infatti operai una modernizzazione delle situazioni. Anche la riduzione della Divina Commedia per Tiezzi fu un lavoro simile.

Che risposta di pubblico ha avuto la prima veneziana?
Un grandissimo successo. Il pubblico si è divertito molto. Rideva e applaudiva anche nel corso della rappresentazione, cosa non comune.

E gli attori?
Come si dice: tutti bravi. Anche chi era impegnato in ruoli minori. Ci sono circa 15 parti e qualcuno svolge più ruoli. Lello Arena, nel ruolo di protagonista, è Tartaglia un personaggio che, come dice il nome, balbetta ed è molto bravo a recitare in versi balbettando, cosa affatto semplice.
Spero si replichi il consenso anche a Borgio, dove per impegni non potrò essere.

Fino al 2 agosto al 35° Festival Teatrale di Borgio Verezzi .
Prezzi: interi L. 38.000, ridotti L. 33.000, abbonamento L. 175.000.
Info 019 610167

Leggi la scheda spettacolo per interpreti e personaggi, regia, etc.
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