«Mi piace parlare con Leonard. È uno sportivo ed una guida. E’un pigro bastardo vestito elegante. Ma dice quello che gli suggerisco, anche se controvoglia: non può rifiutare».
Scherza con se stesso Leonard Cohen all'inizio di Old ideas il nuovo lavoro da poco pubblicato per la Columbia.
Vecchie idee, ma sempre attuali, quelle con cui l'autore canadese si ripropone a distanza da sette anni dal più recente lavoro Dear Heather: l'amore, il senso di sconfitta, il rimpianto, raccontati con ironia e sensibilità da vero poeta.
Il lavoro pare stia riscuotendo inaspettato e vasto successo in vari paesi, Italia inclusa, sull'onda di un generale movimento di riscoperta seguito ai concerti di successo degli ultimi due anni. Si legge in giro che la triste vicenda di qualche anno fa, quando la sua manager fu accusata di avergli sottratto un patrimonio di quasi cinque milioni di dollari, abbia rappresentato la causa scatenante di questa nuova fase della ormai lunga carriera di Cohen, costretto a rimettersi in tour ed a tornare negli studi di registrazione a 74 anni, dopo un periodo di isolamento in monastero, per necessità vitali.
Tre anni dopo, con Old ideas, siamo dalle parti del meglio della sua arte. Più che cantare Cohen declama i suoi versi con voce pacata e profonda, su un tappeto strumentale perfettamente adeguato ale atmosfere evocate dalle parole: un paio di blues, (Darkness e Banjo), i cori femminili di Jennifer Warnes e Sharon Robinson a sostenere la struttura dei pezzi, svolazzi di organo hammond, ed una indolente armonica (Lullaby) su ritmi sempre pacati.
Ma ci sono alcuni momenti, nel percorso di queste canzoni, alcune svolte nella narrazione che sono in grado di regalare il famoso brivido nella schiena. E c'è un pezzo, Show me the place, che racconta la schiavitù dell'amore con la forza espressiva di un grande romanzo.