È di questi giorni la notizia dell'imminente ingresso in borsa di Facebook. Il re dei social network potrebbe fare la sua entrata nel mercato azionario con un'Ipo (l'equivalente della nostra Opa, Offerta Pubblica di Acquisto) stimata in 5 miliardi di dollari.
La procedura di valutazione da parte della Sec (la Consob Usa) durerà probabilmente fino a maggio, ma già scorrendo le pagine del Registration statement presentato presso l'organismo di controllo, ci si rende conto dei dubbi che potrebbero assalire i futuri azionisti: la società è fortemente influenzata dal padre-padrone Mark Zuckerberg, contemporaneamente fondatore, presidente e amministratore delegato. «Pur essendo un dirigente, Zuckerberg ha diritto a votare come proprietario di azioni nel proprio interesse, che non è detto sia coincidente con quello generale» mette in guarda il documento in 22 pagine che spiegano tutte le criticità del colosso dei social network, dalle possibili falle del codice ai bug nella gestione dei dati personali degli utenti.
In attesa di conoscere che impatto avrà l'impatto di Facebook sui listini, il fatturato pubblicitario della società sta lievitando giorno dopo giorno. Ma tutta questa ricchezza a chi va?
Ecco dunque una riflessione sulla vita
ai tempi dei social network, che è cambiata per
tanti in tutto il mondo. Molte persone stanno sperimentando un modo
diverso di comunicare tra loro. Facebook, Twitter,
Linkedin, You Tube, quattro
siti che anch'io uso tutti i giorni, forniscono una piattaforma
intelligente, in continua evoluzione, dove ti diverti a vedere il
seguito che hanno i tuoi post, le tue foto e i tuoi video. In
tanti hanno trovato vecchi amici e compagni di scuola. C'è che li
usa semplicemente per mettersi in contatto con le persone che
conoscono, organizzare una cena, raccontare i fatti propri.
Moltissimi, invece, anche per esprimere il proprio dissenso nei
confronti dei governi, usandoli come i vecchi tazebao, dal
popolo viola ai cittadini maghrebini in lotta. Insomma, da Twitter
a Facebook, i social network la sanno
lunga.
Da poco mi è
capitato per le mani un libro che ho anche presentato in pubblico,
Vivere social di Federico Guerrini, che spiega
come queste piattaforme siano anche utili alle aziende per fare
marketing dei loro prodotti. Un manuale per imprenditori ai
tempi di Facebook. Non è teorico, non fa analisi sociologiche
sul fenomeno, ma racconta con dovizia di particolari come aprire
pagine o fare marketing per la propria azienda
sui siti citati prima, e anche su Flickr, Foursquare
e SlideShare. Gli ultimi due sono nati da poco, ma
forse sono destinati a crescere. Foursquare inoltre gioca
sulla geolocalizzazione, e sull'uso dello smartphone, insomma
è organizzato in modo che, quando sei in un determinato posto, ti
informa su negozi, ristoranti o locali presenti sul territorio.
Per ogni
singola piattaforma, Guerrini descrive alcuni casi di studio, cioè
aziende che hanno colto le opportunità offerte dai social network
per incrementare la propria visibilità e quindi il proprio
fatturato, creando una community affezionata.
Alle aziende più grandi, che possono investire più denaro sui vari
siti, vengono offerti più spazio e più strumenti. In qualche caso
anche la consulenza di un umano in carne ed ossa, mentre le
piccole aziende scelgono il fai da te, che in molti casi è
gratis. Pensate che
il costo dei brand channel su You
Tube parte da centomila dollari. Certo, ci sono
soluzioni molto più economiche. E, come dicevo prima, anche tante
soluzioni a costo zero.
Leggendo il
libro, anch'io che sono un'addetta ai lavori ho trovato dei
suggerimenti utili. Ma non è tutto oro ciò che luccica:
nessuno a questo mondo ti regala niente per niente. Ed ecco
alcune mie riflessioni.
Chi, come
me, lavora nel mondo dell'informazione e del giornalismo, presto
scopre che non può più usare
questi strumenti solo per gli amici, ma che diventano
soprattutto micidiali, anche se divertenti, strumenti di lavoro.
Ore di lavoro in più, che i giornalisti non possono dedicare ai
contenuti di mentelocale.it, ma che perdono per
posizionare la testata sui vari social network,
una postazione che ha bisogno di cure e invenzioni continue. Non vi
dico la fatica che abbiamo fatto dopo aver raggiunto i 5000 amici
(limite massimo per Facebook). Siamo stati costretti ad aprire
una pagina Mi piace e avevamo intenzione di farci iscrivere,
forse non tutti i 5000 amici, ma almeno chi ci aveva fatto richiesta
d'amicizia e Facebook non ci permetteva di accettare. Dopo un
po' abbiamo lasciato perdere: Facebook spuntava tutte le
nostre armi – aveva cominciamo a definirci spam - il suo
scopo era farci pagare un'inserzione.
Ma noi di
mentelocale.it siamo un media, noi stessi
viviamo di inserzioni pubblicitarie, non abbiamo finanziamenti di
altro genere. Quindi non ha senso pagarne una noi per arricchire una
piattaforma come Facebook, che ci costringe a lavorare gratis,
per far guadagnare solo il signor Zuckerberg. Per arricchire una
piattaforma multinazionale, che drena energia a chi già deve
gestire un media autorevole locale. È lo stesso per tutte le testate
online, da Repubblica al Corriere.
Facebook,
e le altre piattaforme multinazionali, in apparenza sembrano
aiutare i media indipendenti sul web, dando loro spazio e
lettori, ma in realtà le ostacolano, costringendo giornalisti a
lavorare per loro, sacrificando tempo alla testata originaria. E
inoltre rappresentano un problema anche per gli inserzionisti locali,
che magari trovano più facile fare pubblicità su Facebook
piuttosto che sui siti di informazione locale. Basta avere una
carta di credito e fare qualche click. Non devi
telefonare né parlare con agenti commerciali. Portando meno
ricchezza a chi vive di web nelle diverse parti del mondo, come
Genova o Milano, dove operiamo noi. Leggete su mentelocale.it
l'intervento di Gabriele Cazzulini, che racconta come i
collaboratori free lance del web vengono pagati pochi
centesimi al tweet.
Nonostante i
social network siano un prezioso strumento, come tutte le
invenzioni umane, hanno la loro ombra scura: per il momento
non aiutano i giovani italiani, esperti di web, a
vivere del loro mestiere, a meno che non si lavori direttamente per
loro, facendo consulenza alle aziende e aiutandole a gestire i loro
account sulle varie piattaforme. Si deve cercare di
approcciare questo nuovo fenomeno con uno sguardo critico, e
riuscire a usare Facebook, Twitter e le altre
piattaforme, con più coscienza e conoscenza. Devono diventare più
democratiche e dialoganti. Smetterla di imporre solo le regole
che vanno bene a loro.