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Ennio Rega: «La mia Italia d'autore, contro la musica zombie»

 
Ennio Rega torna con 'Arrivederci Italia', un disco jazz capace di divertire. «Paolo Conte? Č un coatto anche lui». La nostra intervista al cantautore romano
 
   

     
23 dicembre 2011
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mentelocale di
Matteo
Paoletti
   

Il cantautore romano Ennio Rega torna nei negozi con Arrivederci Italia (Scaramuccia Music, clicca qui per ascoltare una traccia). Un album d'autore, che lo vede allo stesso tempo comporre, cantare e arrangiare un disco solido, ben suonato, difficilmente collocabile in un mercato discografico da tempo assuefatto alla hit da heavy rotation. E proprio per questo ci piace, perché tra note jazz, linee melodiche inattese e testi capaci di spiazzare, Rega fa capire come la musica d'autore sia ancora cosa viva, magari lontano dalla grande distribuzione.
Dopo aver calcato recentemente col suo sestetto le scene del Teatro Valle occupato, abbiamo chiesto a Rega di raccontarci com'è nato Arrivederci Italia, un disco uscito l'anno scorso ma - con un'Italia che scivola verso la recessione - resta un affresco di grande attualità, un barnum dove si incontrano cafoni piccoli e grandi, fuoriserie in leasing e miserie umane dai portafogli stracolmi. E tra uno sguardo ai ragazzi talent e un altro agli «estremisti che ci mancano» (Frank Zappa e Piero Ciampi) ci ha spiegato perché, in fondo in fondo, «anche Paolo Conte è un coatto».

Rega, da che sentimento è nato il disco?
«L’album è nato da un  sentimento posto al centro della realtà, dal bisogno di spingermi in un’innocenza purtroppo fuori dalla storia di questo tempo. Il mondo oggi fa schifo, per non cercare di non accorgermene, tengo in me  stretta  l’innocenza infantile come un’arma pericolosa  da puntare e scagliare contro l’ignoranza. Poiché l’assenza di motivazione nasce dalla dottrina e non  dalla prassi, il sentimento di cui parli al centro dell’album è un misto di fragilità e forza d’artista, che peraltro oggi non può non essere un combattente, quindi è il dovere (ma anche la personale urgenza) di parlare in faccia a una  nazione così scaduta nella coscienza civile».

Canti un'Italia di «cafoni e grosse balle», ma le foto del libretto raccontano l'immagine apparentemente pulita di un'Italia che non c'è più. Il paese è cambiato o, in fondo, è solo una deriva apparente?
«Negli ultimi vent'anni si è lavorato per spogliare tutta la cultura del suo fascino, non più necessarie ed urgenti le passioni sono sparite ed ora tutto si riduce a una prova del cuoco. Consumismo, che non ha più né fame né sete, striscia insidioso nel dna delle borgate ridotte a parole vuote di realtà. Dare senso alla vita diventa sempre più complicato, districarsi in questo vuoto per uscirne indenni è lavoro, è concentrazione, è soppesare le parole e rileggerle un numero infinito di volte per afferrarle e farle afferrare, per riappropriarsi di un sognare perduto in questa  deriva per niente apparente, che dalla metà degli anni Ottanta giunge fino a noi con le sue macerie. La sua educazione più che redimerci ci imbestialisce».

Qual è il ruolo della musica in tempi di crisi? E quali le responsabilità dei musicisti?  

«La musica è la forma più alta di poesia. Se Dante Alighieri fosse stato un musicista il suo talento, il suo cuore, la sua anima ci avrebbero lasciato un’opera ancora più grande della Divina Commedia. Le parole inseguono la musica ma non ce la fanno a raggiungerla poiché la musica può rispondere a domande che non stanno in piedi. Quando Pessoa scrive So che non sarà mai scritta so che non so che cosa sia... intende proprio dirci che non ci sono abbastanza parole per descrivere un sogno, mentre c'è abbastanza musica per ogni visionario.
Un musicista ha una sola responsabilità e ce l’ha prima di tutto verso se stesso: non deve mai diventare quello che gli altri vorrebbero, deve spiazzare all’inverosimile senza pacificazione. Per queste ragioni mi mancano molto i Frank Zappa e i Piero Ciampi per citare due estremisti in generi musicali lontani tra loro. Ci sono tanti modi per esprimere la propria creatività, tutti tranne il mestiere, e non è che diventi un artista con la credibilità di un diploma di Conservatorio. Per come la vedo io, mi dispiace dirlo, ma troppa gente ha sbagliato strada, troppi inutili cantanti cantano solo perché sono intonati, troppi suonano solo perché hanno un diploma. La musica che imbarbarisce la gente è scritta e pensata come costretta in un carcere: vive e fa tutto in pubblico sotto il controllo degli sguardi degli altri. La musica è innanzitutto il rifiuto di ogni mediazione, è ribellione, libertà è insurrezione è miseria vissuta fino al limite della distruzione. È un tema che tratto in Porcapolka l’ultima traccia di Arrivederci Italia».
 
Quanto bisogno abbiamo, come canti te, di «un'idea poetica che dal privato scenda in piazza»?
«Essere coinvolti dall’intelligenza altrui, dal genio dell’altro e misurarcisi con umiltà può dare senso alla nostra vita, l’umiltà è la radice della felicità: a differenza della presunzione, pende dalle labbra dell’immaginazione. Abbiamo bisogno di essere solidali con un qualcosa di trascendente o trascendentale fino ad avere atteggiamenti rivoluzionari, poiché sappiamo che i discorsi sono finiti e non resta che abbattere violentemente questa ingiustizia con la poesia, che è capace di scendere in piazza per fare festa, sensibilizzare il popolo alla bellezza».

Nel disco fai attenzione a non scadere nella banalità di certe soluzioni armoniche e compositive: quanto è importante sfuggire dagli schemi cui ci ha abituati la musica radiofonica?
«La musica radiofononica si aggira in radio come uno zombie, non ha storia, ed è imbarazzante come i nuovi dischi di vecchie glorie nostrane elemosinino una credibilità da un pubblico che non c’è più. A differenza della tv, la radio è ancora grande e viva, la radio evoca immagini e affascina, onde medie come la nebbia  in un capitolo di un romanzo inglese, come il Notturno italiano che rischia di chiudere i battenti per sempre a fine dicembre. Non c’è più musica radiofonica che davvero interessi, ma solo generazioni di speaker che se la tramandano di padre in figlio subdoli di discografici e introiti Siae. La gente vorrebbe altro ma non ha voce, però nuove regole non scritte stanno per sostituirsi a vecchie baronie».

Cosa aggiunge alla tua scrittura essere non solo cantante, ma anche musicista e arrangiatore delle canzoni che scrivi?
«Aggiunge molto, perché mi lascia nel bene e nel male nelle mie mani di compositore. Non aggiunge niente in quanto le mie canzoni sono nella loro sostanza per fortuna capaci di sfuggire al formato disco, che le limita e rinchiude in una “confezione” fatta da mille coincidenze. Prima di tutte, la consistenza del budget».

Che spazio ha la musica d'autore nell'attuale panorama musicale?
«Auspicherei una liberalizzazione della Canzone d'autore, io so solo che la musica è un’oggettività e sfugge al controllo, è bella o brutta, grande o piccola, le sue strade non sono disegnate da un burattinaio perché non ha uno spazio naturale d'appartenenza: può essere il teatro come lo stadio, ma è anche, come dovrebbe, una sagra di paese. La musica non nasce da uno slancio intellettualoide ma dalla cazzimma, un termine napoletano che rende molto bene l’idea di un artista un po' coatto con un sentimento grande così. E se non sei coatto, non sei un artista: il coatto è anche in Paolo Conte. Perché il segreto dell’arte è nell’innocenza e non nella statura dell’intellettuale».

 
 
 
 
 
 
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