Lavorare su internet? Gratis e senza garanzie. Ma è giusto?

Lavorare su internet? Gratis e senza garanzie. Ma è giusto?

Un viaggio tra i lavoratori del web, dove i contenuti vengono pagati 50 cents. Quando la filosofia del 'free' diventa sfruttamento. Come in un romanzo di Dickens

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Martedi 15 novembre 2011

Lavorare gratis? Normalmente la risposta è no, grazie. Invece sul web normalmente la risposta, purtroppo, è anche sì.

Per parlare dei diritti dei net worker, i lavoratori del web, è bastato questo articolo su WikiCulture, dove si parlava di un annuncio di lavoro per gente che sapesse scrivere per internet bene e con regolarità. In cambio si prometteva un generoso arrotondamento economico per le proprie entrate. Coi tempi che corrono, la promessa era allettante. Qualcuno ha iniziato la trafila della selezione, al termine della quale ecco la sorpresa: 40 post al mese in cambio di 20 Eu. In pratica ogni post veniva pagato 0,50 Eu.

La logica di fondo è quella solita del marketing. Però lo strumento è poco conosciuto: si chiamano content farm e sono colossali aziende il cui scopo di profitto è la produzione massificata di tonnellate di contenuti di qualità mediocre con cui indurre Google a dare una buona indicizzazione e valutazione ai siti che li pubblicano. Niente di nuovo: il web resta un ipertesto infinito. Quindi le parole sono i suoi atomi vitali.

È bastato quell’articolo per accendere la miccia di un’esplosione di rabbia del sottoproletariato telematico, che ogni giorno passa anche una dozzina di ore a martellare sulla tastiera dovendo scrivere qualunque cosa su qualunque argomento per qualunque datore ma non per qualunque prezzo: le retribuzioni nette per ogni post si calcolano ormai sui centesimi di euro.

Ho detto accendere la miccia. Infatti l'esplosione non c'è stata. Perché mai? Perchè sul web non esistono sindacati, scioperi, occupazioni, picchettaggio, blocco della viabilità e altri strumenti di lotta dei lavoratori. Pensate al mondo reale e aggiungete lavoratori senza alcuna tutela.
Tutto dipende dal contratto col datore di lavoro, che molto spesso si riduce ad uno scambio di email senza valore legale. Ecco, pensate poi a datori di lavoro che ricordano i vecchi padroni di fabbrica dei romanzi di Charles Dickens. Ecco, non è un romanzo: benvenuti a Internet, la patria dove il profitto non conosce la crisi, la tomba dove i lavoratori hanno sepolto i loro diritti.

In passato, serviva molto meno per far scoppiare una rivoluzione, che normalmente abbatteva un sistema solo per instaurarne uno nuovo. Nella parentesi, breve, tra questi due momenti della stessa faccia il popolo viveva l'illusione reale di poter cambiare le cose. Oggi invece la protesta nasce già sconfitta.
Si accontenta di tanti like sotto al post della notizia e si apre una pagina Facebook, dove vomitare il proprio disgusto, asciugarsi la bocca e riprendere a scrivere per pochi centesimi. C'è pure qualche manager di questi sistemi di sfruttamento legalizzato che ha il coraggio di replicare. Sostengono di pagare i loro articolisti e di pagare anche le tasse. Di questi tempi, vantare la propria legalità diventa un titolo di merito, che passa sopra persino al rispetto di una minima dignità, anzi: umanità, del lavoro e dei lavoratori.

Non è solo un problema di quelli che ci provano a far lavorare la gente con paghe peggiori dei raccoglitori clandestini di pomodori del Sud. In questi ultimi cinque anni internet si è trasformata. È diventata una società parallela a quella reale. Ma con le sue leggi. La prima è che tutto è gratis. Un consiglio, un parere, un'opinione: se te la chiede un amico, vuoi dirgli di no? Hai bisogno di un programma? Chiedilo ai tuoi contatti.

Mettiamoci nei panni di chi chiede un consiglio, termine amicale per non dire consulenza, che andrebbe pagata. Invece un consiglio, un aiutino non si nega nessuno. Pensiamo che, ad esempio, io abbia bisogno di un consiglio per fare un sito web. Lo chiedo a 100 contatti. Ottengo, in media, 15 risposte certe. Così ho 15 risposte a costo zero, da parte di esperti competenti (tendono a rispondere quelli che sanno le cose e hanno qualcosa da dire). Bingo! Ho trovato l'Eldorado, senza scucire soldi.
Ecco internet, il regno del free. È l'apoteosi del wiki, della collaborazione di massa dove chiunque ci può guadagnare, a patto di contribuire. Ma dove c'è sempre qualche furbetto che se ne appropria per profitto personale.

È davvero difficile correggere questa spirale di auto-sfruttamento gioioso, perchè su internet sono tutti gentili quando chiedono qualcosa gratis. Semmai, la prossima volta si invertono i ruoli e chi ha aiutato oggi, sarà aiutato domani. Ma come si paga la bolletta del gas? Forse con una consulenza gratuita?

Mi domando: qual è il progresso economico di internet se poi, sotto ai twitter dei vip e all'allegria di facebook, dove siamo tutti belli e finti, c'è uno strato sofferente e sfruttato di giovani talenti dal presente e dal futuro fosco? Non mi stupisco: anche le prime, maledette, fabbriche di Manchester sfruttavano uomini, donne e bambini con una perfidia così cinica da risultare peggiore di quella dei latifondisti delle piantagioni di cotone verso i loro schiavi.

Ecco, internet ci ha regalato l'illusione di essere tutti più liberi. E lo siamo. A parole. Ma la libertà non è solo una parola. A dire queste cavolate mi sembra di essere ritornato indietro di cento anni. Già, mi ero dimenticato che su internet il tempo passa molto, molto lentamente.

Gabriele Cazzulini

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