Per parlare di
Stendhal, autore di romanzi come
La Certosa di Parma e
Il rosso e il nero, e del suo rapporto con l'Italia basterebbe una citazione lapidaria.
"Errico Beyle, milanese, visse, scrisse, amò".
È quanto volle fosse scritto sulla sua tomba a Montmartre. Se è vero che il suo nome era effettivamente
Henry Beyle e che sicuramente visse, scrisse e amò, è chiaramente un falso la pretesa origine milanese, visto che lo scrittore nacque a Grenoble nel 1783.
Ma a 17 anni era già a Milano al seguito di Napoleone "in una bella mattina di primavera, e che primavera! e in che paese del mondo! ... fu il periodo più bello della mia vita". Si può capire, fin da queste poche righe, quindi, che quello di Stendhal non fu il classico
Viaggio in Italia del rampollo aristocratico-borghese nella culla della civiltà artistica europea.
Eppure questo esile soldatino seppe fare dell'Italia la sua patria d'adozione e, meglio di chiunque altro, seppe capirne le peculiarità culturali nel corso dei suoi numerosi e duraturi soggiorni.
Amò soprattutto Napoli (e in gran parte al suo rapporto con questa città è dedicato lo spazio che lo riguarda nella mostra di Palazzo Ducale), Roma, Firenze (dove fu preso da quel senso di angoscia e oppressione psicologica di fronte alle opere d'arte che ha preso appunto il nome di "sindrome di Stendhal"). In Italia ambientò i suoi capolavori, degli italiani seppe cogliere le sfaccettature caratteriali.
Tutto questo emerge dalla visita alla mostra. Quello che, paradossalmente, non è messo in evidenza, è l'amore che lo scrittore provò per
Genova.
Per capire quanto la città gli era entrata nel cuore basta leggere che via "Balbi, via Nuova e Nuovissima, è una delle più belle strade del mondo" (vedi
Strada Balbi, Via Nuova e Nuovissima) o che "la casa dove lo straniero in Italia riceve migliore accoglienza è quella del Marchese Dinegro di Genova" (vedi anche
Dickens, da Paperone alla prigione rosa). E ancora, a proposito di
Santa Maria di Carignano: "un capolavoro di gravità e nobiltà in confronto a Notre Dame de Lorette [...]. Per l'Italia non è una gran bella chiesa, ma è costruita in una posizione stupenda [...]. Sono salito sulla cupola: è un dovere del viaggiatore". All'interno, nella navata ammira il
San Sebastiano di
Puget (vedi
Puget a S. Maria di Carignano): "è sempre lo stile semplice, vigoroso, per nulla imitato dell'antico che a Marsiglia mi faceva guardare con tanto piacere il bassorilievo della peste".
Che dire poi dei palazzi di Genova? Palazzo Balbi Senarega e Palazzo dell'Università, Palazzo Pallavicini,
Palazzo Spinola ma soprattutto la
Galleria Nazionale di Palazzo Reale. Qui Stendhal è affascinato dagli affreschi e dall'arredo delle sale, dalle maioliche, dagli arazzi, dalle tele e dalle sculture. La sua attenzione è catturata da "un bellissimo busto del Vitellio" (che oggi si trova presso l'Accademia Ligustica di Belle Arti). "Conosco sì e no quattro busto paragonabili a questo [...] il giovane Augusto che viene tanto ammirato a Roma mi pare invece ben inferiore": chissà che lo scrittore, di fronte a tanta bellezza, non si sia sentito un po' male anche dentro la Galleria di Palazzo Reale.