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Cultura

La Genova di Gillo Dorfles

 
Prendendo spunto dal soggiorno di Charles Dickens del 1844, il grande critico d'arte - metà genovese - ci parla della città di oggi
 
   

     
29 maggio 2001
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di
Giulio
Nepi
   
Gillo Dorfles
Gillo Dorfles ha partecipato martedì pomeriggio ad un incontro collaterale alla mostra Viaggio in Italia, parlando su "La Genova di Dickens e quella del 2000"

"Quando mia madre mi portava in giro, anche se ero piccino restavo affascinato da queste stanze sfarzose", e il dito si muove a indicare le tele della Sala del Minor Consiglio, "ma mai e poi mai avrei immaginato che un giorno vi avrei tenuto una conferenza".
A raccontare è Gillo Dorfles, novantuno anni, nato a Trieste da madre genovese, un'infanzia passata proprio a Genova, nei primi anni '20. Dopo una laurea in medicina, Dorfles cambia completamente il campo di attività e si dedica alla critica d'arte ("critica del gusto", come precisa lui), diventando il massimo estetologo italiano, autore di saggi che hanno fatto epoca, come quelli sul kitsch.
"Ho sempre amato Dickens, e Dickens ha sempre amato Genova"

"Guardate che la Genova del 1844 non è poi così lontana. È quella dei nostri bisnonni. Era - in parte - quella di inizio secolo, quella della mia infanzia".
Dickens è uno dei migliori agenti pubblicitari che la Agenzia di Promozione Turistica potrebbe sfruttare. Si innamorò perdutamente di Genova, e vi si trasferì con tutta la famiglia - cuoca compresa - dopo una attenta e ponderata ricerca. La preferiva a tutte le altre città italiane, seconda solo a Venezia.
Tuttavia la prima impressione non fu delle migliori. Nelle sue lettere ricorda un esercito di pulci, una sporcizia incredibile, casupole e baracche.
"Io non credo molto a questa denuncia. Più che altro perché gli inglesi non hanno le carte in regola per parlare di igiene. Siete mai stati in una casa inglese, e dico anche dell'alta borghesia... sono molto più sporche delle nostre!"

Poi cominciano pian piano a emergere le qualità positive della città. E le cose strane.
Come i genovesi che si chiamano tutti Baciccia. Lo scrittore inglese nota che la pronuncia assomiglia ad uno starnuto, "baci-ccià". E nelle domeniche di festa, quando la gente è in strda, è tutto un richiamare di bacicci.
"Bacicci, al giorno d'oggi, non ne vedo poi tanti", sorride Dorfles, "e neanche di preti. Dickens diceva che ogni quattro abitanti uno era un sacerdote. Non posso far a meno di notare come la religiosità dei genovesi sia oggi in netto calo...".

Cosa c'è di diverso fra la Genova del 1844 e quella di oggi?
"Molto e poco. Genova ha conservato le ricchezze che vide Dickens, ma è cambiato il quadro generale".
Ad esempio, è scomparsa la collina di San Benigno: al suo posto ora c'è il Matitone. "Un apporto positivo", secondo Dorfles, "un segnale gigantesco che dà identità ad una zona che sennò non sarebbe mai entrata nell'immaginario cittadino".
I grattacieli gli piacciono. "Ma la sopraelevata deve scomparire, come quell'infernale cubo del Carlo Felice. Ma quello [smorfia di disgusto] è purtroppo destinato a restare".
"A me piaceva passeggiare per via Carlo Felice". Si chiama via 25 aprile, adesso. "Ah, sì? Bene, bella data".

Insomma, la promoviamo questa futura capitale culturale europea?
"Certo, Genova non è certo peggiorata dai tempi di Dickens. Resta una città bellissima. Purtroppo non è abbastanza amata e capita dagli stessi genovesi, che non sono molto consapevoli della bellezza della loro città. Ma la scopriranno presto, dopo questi efficaci restauri per il G8".
 
 
 
 
 
 
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