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Cultura
Jan Fabre alla Biennale di Venezia
Jan Fabre alla Biennale di Venezia
 

Visionario sulfureo fiammingo: č Jan Fabre

 
Otto testi raccontano l'immaginario del grande regista e drammaturgo. Un percorso stimolante nel teatro come lettura del corpo e delle convenzioni sociali
 
   

     
21 settembre 2010
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di Gianni Poli
   

Con una personalità spiccatamente poliedrica, Jan Fabre (Anversa, 1958), è da decenni in evidenza nella creazione di spettacoli teatrali dalla forte suggestione visiva e coreografica. Proposte anche per provocare e dividere, le performances del suo Gruppo Troubleyn si impongono nell'area d'una teatralità "totale", arricchita da molteplici apporti artistici. Fabre è creativo in scultura, body-art, video, scenografia e si presenta da drammaturgo e regista completo. In Italia si fece notare alla Biennale di Venezia negli anni Ottanta. A Pontedera presentò la "prima" di Angelo della morte nel 2003 e a Napoli, Another Sleepy dusty delta day, nel 2008. Il Festival di Avignone è stato la vetrina internazionale che lo ha clamorosamente e ripetutamente consacrato con Je suis sang nel 2001; con L'histoire des larmes e De koning van bet plagiaat (Il re del plagio) nel 2005. Della sua drammaturgia si ebbe saggio nel 1995 grazie alla traduzione di Giuliana Manganelli (Genova, Costa e Nolan).

Ora esce un volume (Teatro, trad. di Franco Paris, Milano, Ubulibri, 2010, pp. 192, euro 21,00) contenente otto testi variamente significativi della sua scrittura, che vanno dal 1988 (Io sono un errore) al 2008 (Another Sleepy…). Tutte le opere mostrano la fantasia corrusca e barocca dell’autore fiammingo; ripetono i temi della violenza della sensualità (accanto alla necessità di un progetto spettacolare globale) e le ambientazioni "medievali" delle figure e delle vicende. Il linguaggio è articolato in una versificazione funzionale alla dizione e soprattutto alla coreografia a cui la parola viene adattata. L’autore riflette sul proprio lavoro: indica nella "ripetizione" lo strumento privilegiato e nel testo "un parametro della performance". Maria Grazia Gregori introduce la personalità discutibile come "un cercatore di sogni capace di creare un teatro estremo dove i corpi possono anche diventare macchine desideranti". Talvolta i suoi obiettivi sono stati riconosciuti "metafisici" e l'uso del linguaggio, "esoterico".

Procedendo nella lettura, si prova un senso di accumulazione e di sollecitazione insistite. Quell'arretrare lontano nei secoli (recuperando con ossessione l'iconografia medievale) comporta una critica all'attualità, spesso ben emergente in polemica. Un'evoluzione della sua opera è comunque percepibile anche dai pochi documenti che, estratti dal contesto spettacolare, appaiono tipici della mente e dello stile dell’artista. "Fluttuo e danzo / È l'unica cosa che so fare", è il ritornello in Angelo della morte, dove l'Io dell'autore assume tono oracolare e autocelebrativo. Partendo dalla fisicità del corpo, attraverso la conoscenza fisiologica, giungere a una scioltezza dai limiti di tale condizione carnale, è lo scopo di Io sono sangue.

La Storia delle lacrime esaspera nell'elucubrazione concettosa la condizione ipotetica di un passato che si ripropone inquietante. Il re del plagio si svolge in luogo teatrale dichiarato con effetto di teatro-nel-teatro. Le tensioni al superamento dei limiti – convenzioni, tradizioni, maschere sociali – suscitano un’aggressività particolare, che sa trovare analogie immaginarie attraenti e soluzioni sceniche cattivanti. Per rotture, esasperati accenti, è stato letto nel solco dell'opera e del pensiero di Artaud e di Duchamp. Il suo lavoro, di fascinoso richiamo, gode di fama e moda; ma richiederà interesse approfondito e strumenti d’indagine adeguati per rivelare ulteriori segreti.

 
 
 
 
 
 
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