Cose de festival. Tre ore e mezza sul Risorgimento, didattiche e dell'anti-spettacolari, alle otto di mattina, stenderebbero un toro: figuriamoci un critico. In molti puntano la sveglia alle sette per arrivare puntuali alla proiezione stampa di Noi credevamo, ma parecchi sono anche quelli che - tra un episodio e l'altro (sono tre) - abbandonano alla spicciolata la sala. I commenti di chi resiste fino alla fine sono variazioni su «Bello, ma non lo rivedrei».
Detto del lato umano dei critici, diciamo di quello disumano, che spinge ad assegnare alta votazione ad un film molto parlato e poco agito, in cui si evitano le scorciatoie per cercare di spiegare le origini ideologiche alla base della nascita di una nazione.
Tre episodi, ognuno con un diverso protagonista/simbolo: giovani idealisti di diverso carattere ed estrazione sociale, cui corriponderanno anche diversi destini. Intorno, l'ombra imponente della storia e dei suoi protagonisti: sfumato Garibaldi, presente solo come sagoma notturna alla vigilia del (poco studiato a scuola) massacro d'Aspromonte; centrale e terribile Mazzini (Tony Servillo), "rivoluzionario repubblicano", agitatore di giovani coscienze, sempre convinto della necessità del sangue per compiere il percorso politico prefisso. «Per le polizie europee Mazzini era considerato alla stregua di un terrorista» ha detto il regista Mario Martone in conferenza stampa, «e gli stessi Marx ed Engels furono molto duri con lui. Era un fervente religioso, agiva quasi per spinta mistica, e da questo punto di vista i suo modi evocano i fondamentalismi islamici di oggi».
Tanti applausi sia dalla stampa che dal pubblico, ed un red carpet ricchissimo per la proiezione di gala, che ha visto sfilare, tra gli altri, Luigi Lo Cascio, Luca Barbareschi, Valerio Binasco, Luca Zingaretti e la bellissima Francesca Inaudi.
Di tutt'altro genere - anzi, più distante non potrebbe essere - l'altro film presentato in concorso ieri, che a molti è apparso quasi un omaggio alle passioni più note del presidente di giuria Quentin Tarantino.
Nel suo Balada Triste de Trompeta, Alex De La Iglesia racconta la Spagna franchista e la guerra civile vissuta da bambino in prima perosna, attraverso la parabola sentimentale di due clown - quello triste e quello allegro (sono due ruoli fissi in ogni circo) - innamorati della stessa trapezista. Inizialmente separati da caratteri e modi differenti, l'uno timido e servizievole, l'altro violento e smargiasso, finiranno per mutare (anche fisicamente) in due mostri indistinguibili man mano che la loro rivalità si farà più feroce. Una metafora scoperta del potere che la vendetta e il desiderio hanno di mutare l'uomo in bestia.
Alex De La Iglesia ha detto di voler esorcizzare con Balada i traumi della sua infanzia. Il risultato è una commedia feroce e molto pulp, con clown che fanno a pezzi la gente a colpi di machete, motociclette volanti e scene di sesso piuttosto spinte. Per fortuna, a differenza di quanto avvenuto con il film di Robert Rodriguez il primo giorno di Festival (Machete), qui sembra che ogni cosa abbia una ragione artistica e morale d'esistere.