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Mostra di Venezia: Kim Rossi Stuart č Vallanzasca, assassino glamour

 
Polemiche a non finire per il film di Michele Placido presentato fuori concorso. Il regista si difende parlando di "etica criminale". Di Giorgio Viaro
 
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Venezia, 07 settembre 2010
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mentelocale di
Giorgio
Viaro
   

La prima cosa che salta all'orecchio di Vallanzasca - Gli Angeli del Male è l'accento milanese del protagonista (romano di nascita) Kim Rossi Stuart, che sembra un'imitazione della parlata del Commendator Zampetti ne I Ragazzi della 3C (Ué testina!). Eppure è lo stesso Kim Rossi Stuart ad assicurare, in conferenza stampa, a chi (ironicamente?) gli fa i complimenti, di aver fatto uso di un dialogue coach durante tutto il periodo delle riprese. Mah.
Anticipato da un coro di polemiche sull'opportunità di dedicare un film ad una figura così controversa della nostra storia recente, il lavoro di Michele Placido è stato presentato fuori concorso al Festival e accolto da una quota non sospetta di applausi, sia alla proiezione per la stampa che a quella per il pubblico.

Parlare del rischio di imbastire l'agiografia di un criminale sembra fuori luogo: Nemico Pubblico è un'agiografia di John Dillinger? Il Padrino è un agiografia dei capi mafia italo-americani?
Da sempre il cinema gioca con il fascino del lato oscuro e da sempre attori e spettatori si affezionano più volentieri ai cattivi ragazzi che agli eroi. Eppure quando in Italia esce in sala l'epopea di una banda criminale, si comincia a spulciare il film in cerca di indizi di cattiva condotta morale. In questo caso i fatti narrati sono ancora tiepidi di cronaca, ma se appare sensato che un dibattito coinvolga la società civile e i parenti delle vittime del bandito (per lo meno che il dibattito esista), assomiglia invece ad un gigantesco atto di ipocrisia quello in cui si infila in questi casi certa critica - che si spella le mani e si riempie di adrenalina per Bronson (il film, non l'attore) o il citato Nemico Pubblico, e poi alza gli scudi contro Vallanzasca.

Parliamo naturalmente della critica italiana, perché molti stranieri ieri nei corridoi manifestavano soddisfazione e divertimento, la stessa manifestata da noi in casi analoghi per film esteri.
L'argomento è stato naturalmente al centro della conferenza stampa del film dove - qui sì - Placido ha peccato di una certa ambiguità quando ha parlato a più riprese dell'"etica criminale" di Valanzasca: «Non ha mai sparato a persone inermi; si è sempre assunto la responsabilità di tutti i crimini della sua banda, anche quelli che non ha commesso direttamente; non si è mai arricchito, in banca non ha un soldo; e non ha mai voluto legarsi alla mafia o ai servizi deviati». Un elenco di argomenti che, uniti alla confidenza principale - «Vallanzasca durante le riprese ci ha confessato l'omicidio di un pentito di cui non aveva mai parlato, e che abbiamo messo nel film» - hanno dato l'impressione che il bel René abbia fatto braccia nelle simpatie del cast artistico.
«Con Un eroe borghese avevo esplorato il lato buono della natura umana, qui ho voluto esplolare il lato oscuro, che esiste in tutti quanti», ha detto ancora Placido, quasi per giustificarsi. Poi, in chiusura di conferenza, e senza una domanda specifica a riguardo, ha anche aggiunto, «L'abbiamo prodotto grazie alla FOX e ai francesi, da noi l'hanno rifiutato tutti, Rai e Medusa».

Detto della cornice, rimane da dire qualcosa sul film, i cui difetti sono soprattutto tecnici. Il montaggio è troppo frenetico, a tratti faticoso, e molte delle rapine sono mostrate in modo sbrigativo e poco chiaro. Inoltre, forse per problemi di durata complessiva della pellicola, tutta l'infanzia del protagonista - a quanto pare decisiva nella sua formazione - è risolta con una decina di inquadrature, così che il rapporto con i genitori, sempre affettuoso anche negli anni della violenza, resta sfocato e incomprensibile. La fotografia è patinatissima, con luci di taglio di rara violenza che imprimono a tutta le scene d'interno una fastidiosa patina glamour.
Detto dei difetti, diciamo dei pregi: Kim Rossi Stuart - su cui l'intero film si regge - è bravo come sempre, e anima la sceneggiatura appoggiandosi a un'interpretazione ombrosa e iper-dinamica che funziona a meraviglia. Ha una bella faccia e un grandissimo talento che gli permette di sciogliere i dialoghi in forme semi-improvvisate (o così appaiono). Alcune scene infine, come quella a volo sui tre cortili nel carcere di massima sicurezza, o la telefonata allo spettatore intercettato attraverso la radio, sono inventive e narrativamente azzeccate. Il bilancio finale è più che sufficiente.

 
 
 
 
 
 
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