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Alex Britti: dalle 'canzonette' a Mina

 
Dai tour in giro per il mondo con i grandi bluesmen al successo italiano. Da 'Solo una volta' a 'Oggi sono io', molti i suoi singoli divenuti famosi. Di Simone Nocentini, dalla community
 
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Giovedì 18 marzo 2010, ore 21.00, Alex Britti sarà in concerto al Teatro Carlo Felice di Genova.  
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16 marzo 2010
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di Simone Nocentini
   
alexbritti

«Il tempo va / passano le ore / e finalmente faremo l’amore»
[Solo una volta (o tutta la vita), Alex Britti, 1998]

Devo dire la verità: quando ho sentito per la prima volta quel singolo di lancio che trasformò Alex Britti, da onorabilissimo signor nessuno a protagonista dell'estate 1998, mister tormentone e gran visir del Festivalbar, ho pensato qualcosa di non molto diverso da: ecco la solita canzonetta, divertente, certo. Ma questo qui è uno senza futuro.

È passato qualche giorno e poi, quel questo qui l'ho visto in tv: con la chitarra sempre in mano - una coperta di Linus da tenersi stretti - e, soprattutto, inarrestabile nello scivolare sul manico.
Voleva suonare a tutti i costi, coprendo la voce del presentatore. E come suonava!

Lì ho capito che un po' di futuro da aspettare c'era. Perché Alex Britti è un grandissimo chitarrista: uno che, per anni, ha fatto gavetta, in Italia e all'estero, suonando con grandi bluesmen, mangiando la polvere del turnista e del mercenario sui palchi degli altri. Da lì, poi, è iniziato un lungo percorso per arrivare al grande pubblico, fatto anche di scivoloni: ricordo una sua comparsata ai microfoni di Red Ronnie, con lunghi dreads e aria da musicante ribelle. Non funzionò e probabilmente non aiutava, paradossalmente, la sua estrema capacità tecnica alla chitarra.
Non rinnegabile, comunque: nel suo primo album It.pop, per testimoniarsi chitarrista, inserì un brevissimo cameo strumentale, 3 Kitarre, in cui condensava tutta la sua notevole capacità tecnica.
Un segno chiaro per le orecchie che sapevano ascoltare.

Certo, nella dispersa comunità dei chitarristi, la sua scelta artistica (le canzonette, i testi leggeri e scanzonati) suscitò più di un dubbio ed una perplessità. Un po' per invidia, un po' per la difficoltà a comprendere perché uno che aveva suonato con mostri del rock e del blues, si dovesse abbassare a cantare un brano con il testo dalla costruzione un po' sgrammatica e zoppicante come Mi Piaci (Cosa vorresti da mangiare / siamo andati al ristorante / sembra non ti piaccia niente / eppure di cose ne hanno tante)?

Problema di per sé paradossale: la storia è piena di incompetenti che hanno scalato le classifiche con melodie banali e testi ingenui. Eppure l'idea di fondo era quella: peccato che uno così bravo per avere successo debba suonare simpatiche filastrocche. Probabilmente per Britti è un compromesso, se compromesso è stato, chiaro da sempre. E poi arrivava dalla luccicante scena romana dei primi anni Novanta: quel crogiuolo di suoni e parole che ancora oggi lasciano il segno sui solchi e nelle frequenze delle radio. In quel gruppo di musicisti c'è sempre stata l'urgenza di conciliare le ragioni della propria identità artistica con quelle della popolarità, nel senso più lato del genere. Un esempio su tutti Daniele Silvestri, forse il più significativo del gruppo, che non ha mai disdegnato di usare la propria musica come strumento, in primo luogo, di divertimento per sé e per il suo pubblico.
E perché no, diciamolo, di successo commerciale.

E poi i fatti diedero ragione alla scanzonata caparbietà pop di Alex Britti: l'anno dopo arrivò a quel Sanremo Giovani di cui scrivevamo nella scorsa puntata su Max Gazzé, e sbancò la classifica con Oggi Sono Io, una ballad romantica e struggente che, significativamente, qualche anno dopo è finita sotto le corde vocali di niente popò di meno che Mina.
Una che, con le proprie scelte, da sempre fa da spartiacque nella musica italiana. E, per uno che si diverte a scrivere canzonette, alla fine non è niente male.

 
 
 
 
 
 
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