Nessuno, dopo la lunga attesa della mattinata, riesce ora a staccargli gli occhi di dosso. Svoltato l'angolo di Christ Church, giuliva e festosa, la controfigura di St. Patrick si offre finalmente agli sguardi estasiati della gente, annunciando così l'inizio dello spettacolo che tutti stanno aspettando.
Ma lo spettacolo più bello, per me, è adesso, e sono proprio gli occhi degli irlandesi, rapiti da quella buffa maschera carnevalesca, estasiati dalla felicità del giorno più magico dell'anno, dimentichi per un attimo dei problemi e delle preoccupazioni. Affascinato, godo della gioia che scaturisce da queste miglia di pupille, mentre il santo procede tra le due ali di folla, imbocca Thomas Street e sparisce sulla discesa che porta alla cattedrale a lui consacrata, sottraendosi alla vista e restituendo così i trasognati dublinesi alla realtà. Dopo il suo passaggio, la parata può davvero iniziare.
È la festa di San Patrizio del 2009. Il titolo di quest'anno è The sky has no limits (Il cielo non ha limiti), e oggi il cielo di Dublino sembra realmente non avere confini. Le nuvole che solitamente ingombrano la volta del cielo, stringendola in un immobile abbraccio e colmando di innumerevoli tonalità di grigio ogni centimetro al di sopra dell'orizzonte, hanno lasciato spazio ad un azzurro intenso, luminoso, uniforme, quasi mediterraneo, che sembra ampliare a dismisura gli spazi dell'universo visibile, conferendo così ancora maggior sacralità a questa giornata.
La musica allegra delle bande accompagna l'arrivo dei carri, aprendo la via ad un torrente di colori che inonda le strade, una tumultuosa deflagrazione di arcobaleno che, unita al verde della folla e all'azzurro del cielo, crea un indefinibile colore di festa. Chiunque, di qualsiasi Paese o continente, può prendere parte alla sfilata, contribuendo con la propria fantasia e creatività a sviluppare il tema dell'anno. Ecco così sfilare sui carri davanti a noi piramidi umane protese verso il cielo, torri infuocate, stelle variopinte, vitrei scheletri di esseri volanti e altro ancora.
Proprio come la sfilata, anche il pubblico è un misto di nazionalità. Famiglie irlandesi e persone provenienti da tutto il mondo portano sulle guance gli stessi tatuaggi delebili raffiguranti trifogli o altri simboli tipici, si sentono conversazioni in cui all'inglese stentato degli stranieri i locali rispondono con le solite frasi - "Italiano? Ah, mamma mia!...ciao bella.."-, e in generale si respira un'aria di benevola accoglienza e felice partecipazione.
Dopo un paio d'ore circa la parata si conclude, e la folla si disperde in una moltitudine di gruppetti diretti verso il pub più vicino. La festa continua nelle vie di Temple Bar, ma è una festa diversa: nessuna traccia delle famiglie, pochissimi gli irlandesi in giro, tutto il centro è in mano ai ragazzi stranieri che vivono a Dublino e dintorni. La colonia degli immigrati invade ogni via, piazza, anfratto, e i canti partono spontanei ed accorati da ogni parte. È bello aggirarsi ora per queste strade, divenute in così pochi anni polo d'attrazione per migliaia di giovani lavoratori e studenti di tutto il mondo, e vivere con loro questa interminabile giornata di ostentata spensieratezza, queste ventiquattro ore sospese al di sopra dell'ordinario scorrere del tempo.
È bello, sì, ma d'improvviso mi viene da chiedermi con che diritto noi, pellegrini di passaggio su questa piccola isola verde, partecipiamo senza nessun sentimento religioso o nazionale alle celebrazioni del Santo che qui ha rappresentato una delle poche luci nel buio dei lunghi secoli di povertà che hanno attanagliato l'Irlanda, terra di emigranti per fame e disperazione. Che cosa ci facciamo noi qui, per di più al centro della festa? Perché stiamo festeggiando? Ad un tratto tutto mi sembra svuotato del proprio senso.
Al primo crepuscolo, ancora in balia di questi pensieri che, ingigantiti dai fumi delle pinte di Guinness che ho rovesciato nel mio stomaco, occupano ora quasi per intero lo spazio annebbiato della mia mente, incontro una mia amica irlandese, Stacy. Ingenuamente, spero di trovare nelle sue parole un non so che di consolatorio, una sorta di giustificazione per la mia presenza qui. Parlandole, però, mi rendo presto conto che il suo modo di vivere questo giorno così speciale non si differenzia quasi per nulla dal nostro, e che anche in lei e nei suoi amici, tutti miei coetanei, poco o nulla rimane di quel sentimento che era così semplice scorgere soprattutto nelle persone anziane presenti alla parata.
Effettivamente ci sono un sacco di persone di altre nazionalità che celebrano l'essere irlandesi - risponde ironica quando le domando se non le sembra strano che il centro sia interamente occupato da noi stranieri - Ma è bello così. Ma io incalzo: Non credi che così la festa perda il suo significato?. No - risponde con un sorriso - ormai le vecchie processioni con la statua del santo non si fanno nemmeno più nei paesini, credo.
E allora capisco. Dublino e l'Irlanda stanno cambiando, tutto muta velocemente nella spirale della modernità, e nemmeno un santo può esimersi dal dovere di rimanere al passo coi tempi. Anche riti, tradizioni, cerimonie e, soprattutto, significati dell'evento più importante dell'anno, dunque, non sono più quelli del passato, ma sono rinnovati, figli del cambiamento. E sarebbe sofistico, credo, discutere se tale mutamento sia stato in meglio o in peggio: è avvenuto, è tuttora in atto, ed è solo questo ciò che conta.
In questa nuova ottica, la festa, modellata sui nuovi desideri ed esigenze della popolazione, diviene così una lente di ingrandimento per osservare più da vicino i dettagli di questa società, un caleidoscopio di immagini in cui vedere come i ponti tra passato e presente si uniscono alle strade che conducono al futuro. Strade che costeggiano le impervie scogliere sull'oceano, solcano le dolci colline verdi, cingono gli specchi dei laghi, percorrono il centro di Dublino. Strade su cui tanto tempo fa ha camminato il santo che oggi si festeggia, e che oggi tocca a noi percorrere.