Un piccolo film di un giovane regista, nato per raccontare piccola gente. E ora vincitore del Torino Film Festival come Miglior Film e Premio internazionale della Critica Fipresci. Si tratta de La bocca del Lupo, una storia di storie, Genova raccontata da chi l'ha vissuta e la vive per strada, da chi l'ha vista cambiare negli ultimi quarant'anni, da chi ne conosce l'amaro sapore e la fatica di ritagliarsi un futuro.
Tutto inizia nel febbraio 2008 con l'arrivo del regista Pietro Marcello nei vicoli genovesi, dove ha modo di conoscere la Comunità di San Marcellino, diretta dal gesuita padre Alberto Remondini. L'Associazione onlus si occupa da decenni dei senza dimora, dei cosiddetti ultimi, emarginati, offrendo un ampio servizio di mense, dormitori, centro diurno con annesse attività artistiche, laboratori, eventi culturali e di svago. Il tutto disseminato nel più grande centro storico d'Europa, dove le situazioni di disagio vanno moltiplicandosi.
Marcello viene a presentare il suo film Il passaggio della linea, girato sui treni notturni a lunga percorrenza. Una pellicola particolarissima che colpisce padre Remondini e tutti gli operatori della comunità per la delicatezza e l'intensità con cui è girata.
È a quel punto che gli viene chiesto di provare a girare un film che racconti le persone della strada di Genova, attraverso i grandi cambiamenti degli ultimi trent'anni. Pietro Marcello prende alloggio in un appartamentino messo a disposizione dall'Associazione, in pieno centro storico, e girando con la sua telecamera raccoglie due anni di immagini, storie, miseria e speranza, tragedia e rinascita. In particolare scopre la straordinaria storia d'amore tra due persone passate per San Marcellino: lui, Enzo, arrestato nella Genova degli anni '70 per aver sparato ad alcuni poliziotti di sera all'uscita di un locale. Lei, Mary, transessuale del sud Italia in carcere per tossicodipendenza. La disperazione di Enzo, la separazione e la detenzione lontano dalla vecchia Genova, il suo incontro in carcere con Mary, il loro rude e crescente amore, il rifiorire dei sogni e della sola voglia di essere felici insieme, felici e liberi. L'uscita di lei, la lunga attesa decennale di lui comunicando attraverso audiocassette recuperate e integrate nella narrazione del film.
Una vita precipitata sul fondo che trova una luce ancora più intensa e gioiosa, raccontata con immagini autentiche e amatoriali della vecchia Genova da metà a fine Novecento. Un lavoro di ricerca e raccolta cui ha mirabilmente provveduto Sara Fgaier, con un complesso lavoro di montaggio insieme a Marcello e con la collaborazione dei più importanti archivi genovesi. Il risultato è questo indimenticabile e particolarissimo scorcio, fatto di voci narranti e contemplazione di paesaggi, di musiche e discorsi parlati o silenziosi, di miseria e amore che ridona la speranza, la gioia di vivere il domani.
Si legge nella motivazione del Premio internazionale della Critica: «La giuria è fiera di presentare il proprio premio ad un film sulla vita ai margini economici e sociali, a metà fra il documentario e la finzione cinematografica, fra il reportage e il melodramma. Oltre a raccontare quella che è senza dubbio la più grande storia d'amore del Festival, questo film poetico [...] è anche un invito a riflettere sul rapporto che esiste fra Storia pubblica e storia privata».
Il film, nelle sale dal 19 febbraio 2010, ha ricevuto riconoscimenti anche internazionali, tra cui il Premio Caligari e il Teddy di Berlino. Il grande salto fino al successo si deve certo all'intervento professionale e finanziario delle istituzioni genovesi e liguri e delle aziende cinematografiche, senza dimenticare però come tutto sia partito da un'associazione cattolica, che non ha avuto paura di raccontare i cosiddetti diversi, gli ultimi, la storia di un criminale e una transessuale, solo mirando dritta a ciò che veramente conta trasmettere: l'amore. Che salva.