Non è - per fortuna - un festival ultra-mondano di tappeti rossi e vestiti lunghi come Cannes, né di grandi alberghi e star di cattivo umore come Venezia. Neppure è disperso ai quattro angoli di una città immensa come Berlino.
Quello di Rotterdam è semplicemente un grande festival di cinema internazionale nel senso più vero del termine, che si è svolto dal 27 gennaio al 7 febbraio 2010. Un programma esteso e disomogeneo, aggressivo come la tigre del logo, un'atmosfera informale, una logistica semplice che nei ridotti confini di una piazza, la SchouwburgPlein, permette a tutti di viaggiare rapidamente da una cultura cinematografica all'altra. In poche parole, è il miglior festival possibile per chi ama il cinema senza l'ingombro di altre sovrastrutture, per chi vuole vedere dei film e non sfoggiare l'ultimo lifting o la pettinatura alla moda. Essenziale come il luogo che lo ospita, Rotterdam, città non priva di fascino nonostante non risponda esattamente a canoni di bellezza classica. Dopo una ricostruzione affrettata in seguito alle terribili ferite della guerra, oggi è un laboratorio di architettura moderna, ha un volto da Manhattan europea e il fascino interculturale di un grande porto.
Nel mio breve soggiorno al Festival, passando in pochi minuti dalle sale del Doelen alla splendida Rotterdamse Schouwburg con il suo Filmcafé ed agli immensi spazi del cinema Pathé, sono riuscito a vedere quattro film in poco più di diciannove ore.
Il mio esordio con Fantan Fanga, pellicola del Mali, una sorta di crime-story in cui si mischiano corruzione politica, superstizioni ancestrali e indagini di polizia. Nulla di straordinario dal punto di vista cinematografico, una storia a volte un po' ingenua che però offre l'esperienza di vivere un paio d'ore a Bamako, di assaporarne l'atmosfera e constatare quanto è intenso il buio della notte nelle città africane.
Avenida Brasilia Formosa è un bellissimo film-documentario su una favela di Recifeun letteralmente spostata da una zona della città ad un'altra per fare posto ad una superstrada. Il regista segue la vita di tutti i giorni di alcuni abitanti - bambino, un pescatore, un fotografo, un'estetista che vuole partecipare al Gran Irmao (il Grande Fratello brasiliano) - e ci porta a scoprirne i desideri, le aspirazioni ma anche le difficoltà quotidiane. L'essenzialità della storia è condita da immagini bellissime e colorate e dalla musica della radio sempre in sottofondo.
Dopo Africa e Brasile un'atmosfera decisamente più cupa ci attende nella Tbilisi di Street Days. Checkie è un tossicodipendente e pusher che non ne azzecca una neanche per sbaglio. I pochi giorni della sua vita che il regista ci racconta sono una escalation di errori e cialtronerie che lo mettono di fronte ad una scelta terminale in cui ha la tragica occasione di riscattarsi. È anche la storia di una generazione e del suo complesso adattamento alla società post-sovietica.
Infine un vero capolavoro: No one knows about Persian cats, un film girato in pochi giorni quasi in presa diretta dal regista curdo-iraniano Bhaman Ghobadi, è un viaggio nella scena musicale underground di Teheran. La volontà di fare musica in una società totalitaristica che assurdamente la proibisce è più forte della paura per i rischi da affrontare. È sorprendente la qualità e la varietà di stili della musica proposta. Meravigliosi i protagonisti, Negar e Ashkan e particolarmente affascinante è la voce della cantante Negar Shaghaghi. Sullo sfondo le struggenti immagini di Teheran, la megalopoli più giovane e più oppressa del mondo.
Per la cronaca, il premio finale, il Tiger Award, è andato al film della Costarica Agua fria de mar di Paz Fabregas.