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Spettacoli

Peter Gabriel torna con 'Scratch my back'

 
L'artista inglese rilegge a modo suo dodici brani di artisti diversi. Lo fa usando solo pianoforte, orchestra e voce. In arrivo anche il progetto gemello I'll scratch yours. Di Andrea Baroni
 
   

     
12 febbraio 2010
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di Andrea Baroni
   
petergabriel

Il nuovo cd di Peter Gabriel, Scratch my back, annunciato in copertina da un paio di labbra/petali fluttuanti in un vuoto nero, è un disco di cover e sarà, a quanto sembra, seguito a breve da un progetto gemello, I'll scratch yours, che prevede lo scambio di favori fra gli artisti omaggiati e il cantante inglese.

Al di là del poco poetico titolo dell'operazione - tradotto in italiano significa Grattami la schiena/Io gratterò la tua - il contenuto dell'opera, solo pianoforte, orchestra e voce (ma meno ostica di quanto si legga in giro) non può sottrarsi al gioco del confronto con gli originali. Anche perché le scelte di Peter non sono state per niente convenzionali, spaziando da nomi più noti a varie perle pescate dal mare indie, dove si trovano le sorprese più gustose.
Ma visto che in questi casi quel che conta è la lista, eccola, nero su bianco, con relative impressioni.

Heroes (David Bowie), rallentata e adagiata su sottofondo orchestrale non perde il fascino dell'originale, nonostante abbia ormai compiuto 30 anni.

The Boy in the Bubble (Paul Simon), è una delle scelte meno felici, perché privare l'originale di Paul Simon della struttura ritmica ispirata alla musica africana snatura completamente uno dei pezzi cardine di quel capolavoro di musica globale che è Graceland.

Mirrorball (Elbow): il cantante del gruppo inglese Elbow, Guy Garvey, da sempre viene accostato per timbro vocale a Peter Gabriel ed in questo brano tratto dall'album The Seldom Seen Kid tutte le affinità trovano una giustificazione.

Flume
(Bon Iver): Justin Vernon un paio d'anni fa trascorse un inverno chiuso in un capanno del Wisconsin seppellito dalla neve a comporre un disco (For Emma...forever ago), ed una delle sue glaciali ballate è rivestita qui da un abito sinfonico che amplifica il pathos della composizione.

Listening Wind
(Talking Heads), da Remain in light, altra scelta poco azzeccata, con gli archi che tentano di replicare le scintille sprizzanti, nel brano originale, da voce e strumenti delle Teste Parlanti.

The Power of the Heart (Lou Reed), un pezzo recente con un refrain semplice ma efficace, che ha il potere di fissarsi subito in testa.

My Body is a Cage
(Arcade Fire): il gruppo canadese è una delle recenti scoperte di Peter Gabriel e qui la sua interpretazione claustrofobica restituisce al meglio il senso di oppressione già evidente nel titolo.

The Book of Love
(The Magnetic Fields) è uno dei pezzi migliori della raccolta già eseguita nel film Shall we dance con Richard Gere e Jennifer Lopez, confrontata con l'andamento dimesso dell'originale (sul triplo 69 Love songs) viene rivitalizzata e valorizzata nella splendida melodia.


I Think it's Going to Rain Today
(Randy Newman): difficile immaginare artista più lontano da Gabriel del sarcastico statunitense Randy Newman, eppure il gioco di diventare crooner notturno riesce bene al trasformista Peter.

Après Moi
(Regina Spektor): un trattamento cine-drammatico per il pezzo di una fra le cantautrici americane (ma di origine russa) emergenti. Quasi un mini musical.

Philadelphia
(Neil Young), dal film omonimo. La versione di Gabriel, come l'originale, percorre un filo steso nel vuoto, con la voce sempre a un passo dalla rottura.

Street Spirit
(Radiohead). Irriconoscibile rispetto al pezzo che chiudeva The bends, è una delle cose più sperimentali della raccolta. Ha un suo fascino, ma sfiora certe nenie che da sempre mi rendono poco amato il gruppo inglese.

 

 
 
 
 
 
 
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