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Pechino, dalla Cittą Proibita alla Grande Muraglia

 
Nuova tappa del viaggio in Cina di Silvia Leoncini. In un freddo glaciale, la visita a piazza Tien Am Men e il fascino di una fortezza antica 2000 anni. Dala community
 
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La nostra amica Silvia Leoncini è in viaggio in Cina. Pubblichiamo il suo diario, le sue impressioni e le sue fotografie (a fondo pagina): dopo Shanghai, ecco il reportage di due giorni nella capitale Pechino.

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26 gennaio 2010
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di Silvia Leoncini
   

Primo giorno a Pechino

Immaginate una città grande, enorme, con una piazza centrale grande, enorme. Prendetela per le estremità e tirate a dismisura: forse ne tirate fuori le dimensioni di Pechino. La parola giusta è sterminata: senza taxi o autobus, non ti sposti.
Ci siamo andati a Capodanno: brindisi di mezzanotte sul vagone letto Shanghai-Pechino e -dopo dieci ore di puntualissimo viaggio liscio con un treno nuovo e superpulito- ti svegli nel gelo di Bejing, la Capitale del Nord. Il primo dell'anno, in piazza Tien am men, ci sono 6 gradi sotto zero, ma già alle 8 del mattino è notevole la folla, quasi interamente di cinesi: per molti di loro è la prima volta nella capitale, arrivata grazie al ponte di inizio anno, poiché le ferie sono poche in generale.

I controlli di sicurezza non sono uno scherzo: in un paese come la Cina, dove nessuno si sognerebbe mai di fare un attentato, perché chi sgarra rischia grosso (vi ricordate lo scandalo del latte alla melanina? Ne hanno giustiziati tre proprio in questo mese), ci sono metal detector dappertutto, anche per accedere alla piazza.
Coda lunghissima davanti al Mausoleo di Mao: non è una questione ideologica, ormai, ma vanno ad omaggiare chi anni fa li ha liberati dalla fame, dice la guida. Sulla piazza, decine di venditori irregolari ti propongono il colbacco delle guardie a 20 Yuan (2 Eu): è vietato comprare dagli ambulanti, e lo stato persegue i trasgressori, dice la guida. Peccato che ci sia pieno di poliziotti che sembrano non accorgersi di nulla.

Sul lato opposto, l'ingresso alla Città Proibita, da raggiungere attraversando un sottopasso: le otto corsie di strada sono troppe anche per l'attraversatore più esperto. Immensa (come Beijing), gremita (come uno stadio), affascinante (come il passato della Cina) ma comunque una prigione per l'imperatore, che viveva lì nel suo mondo dorato e ne usciva solo a piedi in avanti. Era un Dio, nessuno lo vedeva, ma tutti lo adoravano.
Il suo colore? Il giallo. Se un cittadino lo usava per sè, veniva messo a morte. Ma era pur sempre un uomo, e viveva sulla terra quadrata, sormontata dal cielo rotondo, con l'ausilio della simbologia numerica: fortunato e magico il 3 coi suoi multipli. Pregava il cielo per un buon raccolto al Tempio del Cielo, struttura rotonda su basamento quadrato (riecco la simbologia), cui accedeva salendo 27 gradini: 9 volte 3, il simbolo dell'infinito cinese.

La folla passa di cortile in cortile, tra tetti a pagoda, statue di draghi guardiani e tappeti in marmo scolpito, sui quali scorreva - sollevata dai portatori - la lettiga dell'imperatore: il più grande blocco di pietra, 50 x 11 metri di dimensione per 3 di spessore, è stato trovato a Nord di Beijing, nel ‘700, e per trasportarlo si sono allagate le strade della capitale d'inverno, per farlo scivolare sul ghiaccio. Nel frattempo la gente moriva di carestie e di fame e si adattava a mangiare di tutto.
Ancora oggi, ogni sera, c'è un mercatino incredibile nel centro: una lunga teoria di banchetti di friggitoria ambulanti, con le loro belle lanterne rosse, che si offrono di cuocere tutto ciò che si può infilzare su uno spiedo, non importa se abbia le gambe, e quante: scolopendre, bachi da seta, stelle marine, seppie, bistecche, scorpioni, prezzemolo, frutta, scarafaggi, salsicce. Una visita è imperdibile, ma è consentito decidere improvvisamente di essere a dieta.


Secondo giorno a Pechino

Mi sveglio a Beijing sotto la neve, il 2 di gennaio, ma il caldo dell'accogliente camera dell'Hotel Jade Garden, ad un passo dalla Città Proibita mi rinfranca almeno quanto il favoloso buffet della colazione: meglio ingurgitare calorie (e tante) prima di mettere il naso fuori.
Sull'auto con autista English speaking, che ci illustra i dintorni - lo stadio olimpico, la grande piscina, le località turistiche dove in estate puoi praticare ogni sport e divertimento, le colline - partiamo in esplorazione: pensate che ci sono 200 campi da golf in tutta a periferia della città, anche se è ancora considerato uno sport di lusso; tra l'altro, pare che la tassa sul lusso sia il 100% del valore dell'oggetto.

Arriviamo alla Grande Muraglia, presidiata da alcuni agguerritissimi venditori di souvenir: impossibile dribblarli, sanno benissimo che se sali prima o poi dovrai scendere, quindi ti aspettano al varco al tuo ritorno. Puoi salire a piedi o in seggiovia, e dato il dislivello e il panorama che si gode della seggiovia, la scelta è obbligata.
La Muraglia è il mio sogno da quando ero alta così: è commovente esserci sopra (tanto che rubo anche un sassolino), ed ancor più lo è pensare alla perseveranza con cui per 2000 anni 22 dinastie si sono impegnate nella sua costruzione, pietra su pietra, per 5000 lunghissimi chilometri. Del tutto inutili perché i nemici - quando hanno voluto entrare davvero - hanno semplicemente fatto il giro all'estremità.

Eppure ti aggiri per le torrette e ti pare di vedere i soldati appostati a scrutare l'orizzonte; il muro segue il profilo delle montagne, salendo e scendendo ritmicamente e tu lo segui e non smetti di camminare, nonostante la nevicata e il gelo, perché vorresti arrivare fino in fondo, anche se è impossibile. È una magia: del resto, ha stregato perfino la Disney, ed io giurerei di aver visto svolazzare la veste di Mulan, di aver sentito gli zoccoli del suo cavallo e di aver spiato per un attimo il ghigno orrendo del Capo degli Unni.
Ma il bello viene a scendere (anche se vorrei restare ancora lì), perché se sei fifone ripigli la seggiovia, ma se hai fegato, o fingi di averlo, puoi andar giù sul toboga, una pista di acciaio a serpentina e curve paraboliche che attraversa boschetti e torrente e ti porta giù in slittino per circa 600 m di dislivello: da paura.

Sono ancora viva, e mi sono divertita un sacco e comunque, anche avessi avuto paura, non ve lo direi mai. In fondo, è molto più difficile disimpegnarsi dai venditori: meglio non farlo, in effetti, e portarsi a casa qualcosa di carino, come ad esempio un bel colbacco di volpe, che tiene anche tanto caldo ai pensieri buoni e cattivi.
E poi via, a visitare le tombe dei Ming. Per terra c'è un tappeto di Yuan. Strano popolo i cinesi. Gente semplice, tutto sommato: c'è stata la Rivoluzione Culturale e tutto il resto, ma loro vanno a visitare le sepolture degli imperatori e lasciano offerte in denaro, come se fossero ancora degli dèi.
Affascinante direi, un po' come Beijing nella morsa del gelo, giusto il giorno prima della più grande nevicata degli ultimi sessant'anni.

 
 
 
 
 
 
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