«Senti un po’, ma tu lo sai cosa sono gli mp3?»
Ce l’avevamo tutti, alle superiori, il compagno smanettone sempre aggiornato sulle ultime novità tecnologiche e informatiche. Magari con la complicità di un papà della stessa specie, ma figlio di un’altra epoca, fatta di diodi e resistenze.
Il mio, di compagno, in un pomeriggio del millenovecentonovantaequalchecosa, mi presentò l’ultima che aveva scovato: un modo per poter gestire la musica sul PC senza intasare, immediatamente, il proprio hard disk.
Breve spiegazione per chi all’epoca, non c’era: i dischi fissi dei personal computer casalinghi avevano a malapena la capienza di un cd (in cui 70 minuti di musica equivalevano a circa 700 megabytes). La gestione di files sonori sul computer di casa era quindi, praticamente, impossibile, mentre con l’mp3 si poteva avere la stessa qualità sonora occupando circa un decimo dello spazio. Praticamente una rivoluzione. Una rivoluzione lenta: comprimere i vecchi .wav in mp3, al ritmo già forsennato dei primi Pentium di Intel, occupava diversi minuti. E l’attesa aveva la stessa seduzione di un processo da cervellone elettronico, stile b-movie anni ’60. In più, con le prime connessioni Internet a modem fischiettante, era impossibile scaricare musica: la condivisione si faceva girando per le case degli amici con l’hard disk smontato nello zaino.
Quello che sembrava solo un gioco, una mania da nerd tecnomani, invece, sconvolse il mondo della musica: walkman e lettori cd divennero d’improvviso anticaglia, buoni per fare la fine delle vecchie autoradio stereo 8 anni ’70: nel giro di pochi mesi giravano già CD grondanti intere discografie, e nacquero i primi, pioneristici, lettori portatili, piccoli e versatili.
Nel frattempo, complice la diffusione dell’ADSL, i dischi fissi iniziarono a ad essere condivisi davvero, online, con il padre dei peer to peer, Napster. Nato nel 1999, divenne famosissimo in poco tempo ma fu costretto a chiudere nel giro di due anni, proprio nei giorni del G8 di Genova. Le case discografiche avevano visto le loro royalties messe a repentaglio da quell’anarchica libera circolazione di files, e gli avevano dichiarato guerra. Sono gli anni di Matrix, il film dei fratelli Wachowski che pone inquietanti interrogativi su libertà e controllo, controllo contro cui nella rete serpeggia un malumore silenzioso ma diffuso.
Ma gli eventi prendono una piega, in quei giorni, quasi imprevedibile: in quello stesso tormentato 2001, poco dopo la caduta delle torri di New York, la Apple, soffocata negli anni ’90 dalla concorrenza dei PC basati sui software Microsoft, presenta il primo modello di iPod. Un piccolo lettore mp3 che seduce l’attenzione degli appassionati di tecnologia: certo, lo fa in cambio della cosa più importante, e cioè l’obbligo di utilizzare un unico software (iTunes) per gestire i files gestiti. Lo stesso iTunes, nel frattempo, si prepara a diventare uno store online, un canale commerciale attraverso cui le case discografiche possano controllare la vendita della loro musica. Già, nel giro di pochi anni la libertà cede il passo al controllo: la spinta rivoluzionaria si arena contro il design seducente di un oggetto da desiderare, mentre nel frattempo i governi si attivano con nuove leggi per la protezione del copyright sui formati elettronici. Da un diverso punto di vista, è stato forse un passaggio obbligato, per permettere la sopravvivenza di un mondo che da, sempre, ha bisogno di grossi introiti dai grandi nomi per poter investire nella crescita dei più piccoli.
Questo meccanismo negli ultimi tempi si è comunque, forse a prescindere dalla diffusione degli mp3, incrinato, ma non è molto diverso da quello utilizzato in campi confinanti, come quello dell’editoria.
Ma c’è un ultimo aspetto, forse ancora più importante seppur meno visibile: l’ho trovato nella pagine di Il Buio, Il Fuoco, Il Desiderio, un interessante phamplet scritto nel 2008 da Gino Castaldo, critico musicale di Repubblica. In quelle pagine, tra molte altre riflessioni interessanti, Castaldo ne fa una in particolare sulle conseguenze della diffusione dei formati elettronici: con l’mp3 può capitare di ascoltare un brano senza sapere nulla sull’autore, né sull’interprete, sul luogo di registrazione, sulla data. È come trovare un disco senza copertina, note ed etichetta. Una totale decontestualizzazione, incapace in qualche modo di portare allo sviluppo completo di un senso critico maturo: ed è più o meno l’altra faccia dell’ingombro delle discografie che occupano i nostri hard disk. Quando riusciremo ad ascoltare tutto? Come possiamo scegliere in quell’infinito?
Gli anni ’90, sotto questo punto di vista, sono stati l’ultima stagione di un’epoca finita per sempre, quando il disco che decidevi di comprare ti aveva di sicuro sedotto per tempo, dalle frequenze di una radio, dallo stereo di un amico, da una copertina curiosa.
Oggi, quando è azzerata la necessità di scegliere, perdiamo forse la nostra capacità di farlo.