Ho appena letto l'articolo di Laura Guglielmi sulla paura: mi ha fatto tornare in mente un episodio di alcuni anni fa.
Credo fosse il 2003, o giù di lì. Ero andato a comprare libri alla vecchia Feltrinelli di via XX Settembre, ed uscendo notai uno zaino abbandonato nell'angolo della davanti all'uscita. In giro non c'era nessuno che potesse averlo lasciato lì solo per un attimo. Lo guardai distrattamente, poi mi colse un dubbio atroce.
«E se dentro c'è una bomba?»
Rimasi paralizzato per un paio di secondi, indeciso davvero se ridere della mia paura, oppure se fare qualcosa. Alla fine non resistetti, e rientrai nella libreria, avvisando una delle cassiere. Lei mi guardò, seriamente, e mi disse di non preoccuparmi: era lo zaino di uno dei ragazzi africani che stazionavano lì davanti per vendere libri e ciondoli. Però poi mi sorrise, con comprensione.
Mi vergognai, e non so nemmeno perché. O forse sì: mi vergognavo con me stesso per essermi lasciato influenzare dalle suggestioni mediatiche del momento. La paura, negli ultimi dieci anni, è diventata un business incredibile: quest'estate, durante un viaggio negli Stati Uniti, ho affrontato più metal detector che in tutto il resto della mia vita.
La paura è diventata l'ultimo bisogno indotto della società del consumo, che arricchisce i costruttori di armi e body scanner, metal detector e psicofarmaci. La paura è un enorme creatore di valore economico, con cui credo si alimenti una bella fetta dei PIL agonizzanti delle economie bulimiche del "primo mondo". Intanto affondiamo nella spazzatura e soffochiamo nei veleni: ormai quasi quindici anni fa il mio prof di filosofia a liceo lo ripeteva come un mantra. «I problemi dell'ambiente non si risolveranno finché non diventeranno un business»: peccato che ad accorgersene sembrano essere state soltanto le nostre modernissime mafie.
Viviamo in un mondo in cui le cose davvero intelligenti le possono dire solo i dittatori antidemocratici? Ogni tanto pare davvero di sì: e la storia ci insegna che non è tra le migliori avvisaglie.