Settimo giorno a Shanghai
A Shanghai tutto ciò che deve essere figo, qui, ha il cartellino made in Italy.
È divertentissimo leggere le etichette della presunta italian fashion, perché tanti errori di ortografia così non si sono mai visti: ti chiedi perché non possano prendere un italiano che abbia almeno la terza media, per scriverle.
Si trova davvero di tutto. Solo che non sempre la misura è quella giusta. Perfino Motivi, brand del Gruppo Miroglio, ha applicato un fattore di scala per cui il 42, che a casa io indosso tranquillamente, non mi entra manco su un gomito, e nemmeno il 44.
Del resto, ho comprato un cinesissimo - molto bello e caldo - piumino in vista del viaggio a Pechino, e mi è toccato scegliere la XL, per starci dentro.
Taglia massima di scarpe da uomo? Il 42, e anche un po' più piccolo del normale. Povero mio figlio, col suo 46 andrebbe in giro coi piedi fasciati nel giornale!
Ma cercare un abito cinese di misura adeguata è niente rispetto ad infilarsi in coda per la metro nell'ora di punta. I cinesi sono un miliardo e mezzo, gli abitanti di Shanghai, solo 22 milioni, quindi devono essere estremamente propositivi, e spingono. Arriva il treno stracolmo, che al massimo ci salgono i primi tre della coda. Una valanga umana da dietro preme e spintona (tanto che ogni tanto si sente qualcuno che urla) finché non ci si pressa come sardine. E questo anche al ritorno dal lavoro, quando prender il treno dopo è lo stesso.
E giù dalle scale? Nell'ora di punta prendete le scale mobili, per carità: non usate le scale normali. Siamo tutti in coda, stiamo scendendo a piedi, pigiati come nel barile: ma che cavolo spingi tu da dietro, o figlio della Terra di Mezzo? (così i cinesi chiamano il loro paese). Vuoi farmi rotolare? Ma lo sai quanta gente è morta calpestata nella calca dei rifugi antiaerei a Genova? Guarda che non mi faccio spingere da te, sai?
Infatti ieri, complici i sacchetti dello shopping natalizio, la borsa e il piumone troppo caldo ed avvolgente, ero leggermente nervosa e ho risposto con due poderose culate e una borsata per tener indietro quello dietro. L'ha presa malissimo, ma poi se ne è stato e ha smesso di runsare. Capisca, signor Xu, la prego, che tra i miei programmi turistici non c'è la visita ad un reparto ortopedia in uno degli ospedali della sua pregiatissima città.
Ottavo giorno a Shanghai
L'idea generale in Cina è che la persona singola non conti nulla, ma che alla massa si dedichi molta attenzione: non a caso la piazza principale (per attraversarla a piedi si percorre l'equivalente di due fermate della metro, tanto per capirci) è piazza del Popolo.
Un plauso e una medaglia al valore va agli ausiliari del traffico che ti consentono di attraversarla: il loro è un lavoro pericoloso, perché si buttano in mezzo, sulle strisce, fermando a petto nudo i bus e le auto, armati di solo fischietto, e nel frattempo litigano con gli autisti che vorrebbero schiacciare i pedoni. Guardate che non sto esagerando, e il cinese stesso è preoccupato: guarda bene sette volte, poi corre e, se vede arrivare un mezzo veloce, fa una precipitosa ritirata. Noi europei non ci capacitiamo invece, e continuiamo ad andare avanti imprecando.
Nessuno ti scoccia per strada, tranne in piazza del Popolo, dove di giorno puoi trovare giovani molto eleganti che tentano di attaccar bottone in inglese e farsi offrire un tè, in qualche locale col conto salatissimo, di cui poi evidentemente dividono i proventi. Così ci ha raccontato un amico a cui è capitato lo scorso anno. Altrove al massimo ti sbirciano con curiosità, perché vi assicuro che non siamo in molti, noi dell' ovest. Ieri, colti da spleen e nostalgia, mio figlio ed io ci siamo rintanati alla Concessione Francese, un piccolo quartiere molto bello dove, prima o poi, finiscono tutti gli occidentali, perché ci sono le birrerie e i negozi di souvenir d'autore (a prezzi europei) e lì si fa mentalmente quadrato contro la malinconia del Natale fuori casa, che dura un attimo, ma comunque ad azzannarti ci prova. Alla Paulaner Brauerei sembra davvero di essere a Monaco di Baviera, ma se a tuo figlio viene la nostalgia di wiener schnitzel, wurstel, patatine e pane, ti tocca ben assecondarlo, no? Poi quando paghi il conto ti svegli e pensi che cinese è meglio.