Scienze
Se non ricordo male, limitandoci allo scorso anno, "Science" ha enumerato diverse scoperte scientifiche, tra cui la riprogrammazione cellulare, l'osservazione di pianeti extrasolari, il riconoscimento di alcuni geni tumorali, l'individuazione di nuovi materiali superconduttori, lo studio di meccanismi con cui le proteine si trovano a operare, l'identificazione di un metodo atto a conservare tipi di energia prodotti da impianti solari e/o eolici su scala industriale; senza poi citare gli sviluppi riscontrati nel sequenziamento dei genomi. I progressi scientifici sono continui e si danno in ogni settore della scienza, sebbene a volte richiedano tempo a causa della complessità delle ricerche, o a causa di strumentazioni non ancora perfezionate per la rilevazione di certi dati. In molti temono questi progressi e si scagliano contro essi. Non ne vedo la ragione. Posso, invece, riconoscere che sulle tecnologie il giudizio risulti problematico. Ho però in mente particolari "configurazioni". Per esempio, Europa e Stati Uniti si sono avvalsi delle tecnologie più disparate per conquistare altre società. Difficile dire quando il cosiddetto imperialismo occidentale abbia avuto inizio (dalla prima nave portoghese salpata alla volta delle coste africane nel quindicesimo secolo, o parecchi secoli prima?); è invece assodato che la superiorità tecnologica europea e statunitense ha recentemente raggiunto uno dei suoi apici "dimostrativi" nelle guerre medio-orientali. Rimane da chiarire quanto questa tecnologia garantisca un qualche tipo di civile esito positivo, senza scatenare alcun "scontro di civiltà".
Scontro di civiltà
Cosa dobbiamo intendere con "scontro di civiltà"? A parte il fatto che l'espressione risale, se la memoria non mi inganna, a un articolo di Bernard Lewis uscito nell'ormai lontano 1992 su "The Atlantic Monthly" e a parte il noto volume di Samuel P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, trovo sempre ostici i discorsi sulle identità culturali e religiose di qualche civiltà. L'ormai assillante ricerca delle cosiddette radici europee ci dovrebbe condurre a dire che quando si passa (per esempio) da una sponda all'altra del Bosforo ci scontriamo con un civiltà diversa dalla nostra. Ma "nostra" di chi? Personalmente, mi sento più a casa a Istanbul che in altre città considerate, a torto o a ragione, del tutto europee e occidentali: sono nata sul Mediterraneo e sono il frutto dei suoi tanti ricchi "incroci" culturali, esistenziali, intellettuali. Lo confesso, in alcuni luoghi del nord mi sento spaesata, così come in alcune città statunitensi, mentre in una moschea rintraccio una qualche parte di me, parte che non ritrovo affatto in uno shopping mall.
Serialità
Avrei voluto essere sulla sponda asiatica del Bosforo l'11 settembre 2001. Per comprendere meglio. Mi pare però di aver compreso qualcosa: l'11 settembre 2001 ha determinato troppo, e tra i tanti fatti che ha determinato si situa la serialità. Le immagini degli attentati ci sono state mostrate con una tale ripetizione martellante da condurci ad accettare un'accentuata serialità in parecchie altre sfere: l'abbiamo ritrovata in "amori", film, personaggi, romanzi, saggi, "statisti", eccetera, senza quasi rendercene conto. Oggi sappiamo che quegli attentati potevano essere evitati, cosicché la serialità, inclusa quella delle guerre, ci avrebbe riguardato in misura senz'altro minore. Invece, la ritroviamo non solo nel drammatico fenomeno guerre (quelle in atto e quelle che riusciamo a prevedere), ma anche nella nostra esistenza quotidiana: scagli la prima pietra chi non è al corrente di vicende "amorose" seriali, chi non sta seguendo più serie televisive alla loro quinta, sesta o settima stagione ("Rin Tin Tin", la prima serie trasmessa nel nostro paese, ci appare fanciullesca), chi non ha visto a raffica film che si replicano l'un l'altro, chi non adora personaggi che paiono fatti con lo stampino, chi non ha letto romanzi e/o saggi che brillano per assenza di originalità, chi riesce a individuare una differenza sostanziale tra gli "statisti" (ma sono tali?) di questi ultimi anni. C'è qualcosa che rimanda a Blade Runner in tutto ciò, ma c'è anche l'eco della ripetizione della medesima immagine sulle tele di Andy Warhol. Se ai tempi della "Factory" l'arte veniva considerata un prodotto di consumo al pari di ogni altro prodotto industriale, la serialità riguarda oggi aspetti del quotidiano (i nostri pensieri e sentimenti corrono senz'altro il rischio della serialità) che oltrepassano le tele di Warhol. Non è però blasfemo sostenere che la serialità con cui gli attentati dell'11 settembre ci sono stati mostrati contenesse in sé sia uno scopo commerciale, sia un'esaltazione della spettacolarizzazione ripetitiva. E' lecito concluderne che il decennio che si sta chiudendo si caratterizza per l'ossessione dilagante di una serialità-show, il cui sguardo rimane sordido.
Sguardo
Sapere di non sapere: questa è la premessa con cui getto il mio sguardo sul mondo. Nel sapere di sapere, ovvero, nella certezza, risiede, invece, una sofistica "filosofia" concessa a pochi, o un'arroganza populista, i cui deleteri effetti ci sono sempre stati puntualmente mostrati dalla storia. La certezza e le varie certezze costituiscono, in fondo, consolazioni ingannevoli, cui la nostra variegata realtà non concede spazio. Eppure, si continua a sognare sogni quantomeno bizzarri.
Sognare
C'è chi ha sognato a occhi aperti un Duemila diverso dal passato. La speculazione economica è parsa forse una forma di onestà? La solitudine viene compensata da follie esibite senza pudori? Che senso ha conferire un ordine migliore e ottimistico ai nostri pensieri? Oppure, perché non recepirsi affatto colpevoli delle pecche del passato? Ancora, perché annoiarsi, fingendo di non provare angoscia? Deve essere proprio questo: non mettersi e non essere messi in discussione, un classico del dogmatismo. Se accade diversamente, o se permettiamo che accada, lo smarrimento ci soggioga. Ciò che trovo assurdo è che ci si gongoli troppo: Afghanistan, Darfur, Iraq sgomentano, e non solo essi. Sgomentano, però, seduti di fronte alla televisione, e solo alcuni di noi riescono a pensare/immaginare allo sgomento dei cittadini dei paesi afflitti da guerre, repressioni, terrorismi. Afghanistan, Darfur, Iraq (ripeto: ma non solo) possono anche risultare di conforto. Ciò che là avviene, non avviene qui: alcuni tipi di guerre li abbiamo "delegati" a paesi "estranei". Eppure lì gli esseri umani perdono case, lavori, vite, tutto, ben più di quanto accada a noi. Noi? I cosiddetti "occidentali" che ci consideriamo avanzati e al contempo persi. Abbiamo delegato anche l'affettività, a quanto la normatività ci impone, alla schematicità di relazioni amorose che non concedono spazio alle nostre conoscenze, esperienze, riflessioni, sensibilità. Siamo approdati alla stupidità.
Stupidità
Wall Street, Blair, Bush rappresentano emblemi di situazioni difficili da arginare. Questi emblemi hanno decretato l'andamento della maggior parte del mondo. Se non temiamo mai abbastanza gli stupidi - è sempre bene ricordare quelle che Carlo Cipolla chiamava le "leggi fondamentali della stupidità umana" - qualcuno, o la maggior parte di noi se ne deve assumere le responsabilità: anche perché è difficile smentire Cipolla sul tremendo errore di associarsi e trattare con individui stupidi, nonché sulla grande pericolosità di questi ultimi. Specie nel caso in cui muovano eserciti. Con qualche pretesto valoriale.
Valori
Il termine "valori" è ormai sulla bocca di tutti, sebbene pochi tra noi siano in grado di offrici una definizione di "valori", il che conviene a coloro che, pubblicamente o privatamente, consapevolmente o inconsapevolmente, intendono spacciare per "valori" ciò che i valori non sono, né debbono essere. Si considerino i valori della pace e stabilità: quando e come pace e stabilità si sono mai date, non ovviamente nel proprio ‘orticello', piuttosto su scala internazionale? Forse non sarà più di tanto significativo, ma se si prova a cercare il termine "war" su Google.com si ottengono oltre 500.000.000 risultati.
Web
Spesso si insiste su un web garante della libertà. Quindi, informazione più libera che in passato grazie a una tecnologia? Difficile da dirsi al momento attuale, anzi. Già oggi riusciamo a discernere tra siti epistemicamente affidabili, e siti che non lo sono. In ogni caso, "tutto" subisce una diffusione straordinaria e risulta alla portata immediata di un maggior numero di individui. Questa diffusione e questa immediatezza fanno sorgere due problemi che ci riguarderanno sempre più: primo, quanto troviamo sul web sono conoscenze, o perlomeno informazioni supportate da buone ragioni, da riscontri nel reale, oppure si danno molte congetture prive di fondamenti e fittizie?; secondo, cosa accadrà del nostro essenziale diritto di tutelare la nostra privacy?