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La Coscienza di Mike

 
Nel nuovo libro di Nanni Delbecchi, una carrellata dei pił importanti critici televisivi italiani. Da Eco a Grasso, la storia del rapporto di amore e odio con la tv. Di Alberto Pezzini
 
   

     
31 dicembre 2009
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di Alberto Pezzini
   

Nanni Delbecchi oggi scrive su Il Fatto Quotidiano. Scrive di critica televisiva, una sorta di cugina povera di quella letteraria. Ma esisterà davvero un critico televisivo puro? No, secondo l'inconscio parlante di Delbecchi e quella riga nutritissima di scrittori disegnati con il bulino d'autore di chi li ha conosciuti da vicino ne La coscienza di Mike (Mursia 2009, pagg. 142).

Si parte dalla storica Fenomenologia di Mike Buongiorno, inserita nel Diario Minimo di Umberto Eco, la quale nasce come saggio contundente pubblicato nella Rivista Pirelli, dove Mike viene bollato a fuoco come l'everyman, il vero prototipo dell'uomo qualunque capace di stimolare nello spettatore una sorta di rivincita a distanza. La fortuna di Mike stava nel far sentire lo spettatore superiore a lui, il che significava stare davanti al video con la coscienza a posto. Poi Delbecchi ci parla dei principali critici televisivi della nostra storia letteraria e li dipana in olovisioni da toccare quasi ad averli sulla poltrona con te davanti al televisore. È un emulo di Guerre Stellari, in questo.

Il primo è Luciano Bianciardi, l'autore de La vita agra, il romanzo che nel 1963 fece un botto secco, tanto da essere definito da Montanelli sul Corriere della Sera come uno dei più stupefacenti romanzi degli ultimi anni. Solo che Luciano non era un accasato e così condusse dunque la propria critica letteraria dentro una maledetta solitudine descrivendo la mediocrità di Mike tre anni prima di Eco in un articolo profetico. Mercuriale, infinitamente mordace anche quando scriveva su Playmen, basta essere liberi.

Poi ci fu Campanile, quello degli asparagi e dell'immortalità dell'anima, letterato fin nelle mutande. Con Battista al Giro d'Italia, una raccolta di giornate vissute dietro le bici del Giro, nasce un genere vero e proprio partorito sulle colonne della Gazzetta del Popolo. Campanile non commenta soltanto, ma inventa una forma letteraria fantastica dove si perdono tutti i suoi detrattori, inceneriti dalla sua fantasia e dalla spigliatezza letteraria: «La caducità dello scritto giornalistico può derivare non dal carattere attuale, ma unicamente dalla sua qualità letteraria».

Solo con un cuore letterario puro si può ricordare un uomo come Sergio Saviane, che per una vita resse la critica televisiva per L'Espresso e coniò il vocabolo mezzobusto, adatto per metà dei giornalisti televisivi italiani. Saviane era un uomo proveniente da Marte, e da marziano sembra essersi dissolto in quella villa grandiosa e piena di silenzi e correnti d'aria dove l'autore ce lo ricorda con un magone grande così sotto la pelle e vicino al cuore, oppure Oreste Del Buono, un critico che sapeva di fumetti, di letteratura, di classici e al quale va la ripresa in grande stile di Don Camillo e Guareschi per il rapporto che aveva con la Rizzoli. Va via nel 1990 per stanchezza. La Tv stanca, a guardarla tutti i santi giorni.

Poi arriva Beniamino Placido, un'indimenticabile enciclopedia da giornale che si scatena alla luce della televisione e ti cattura con una sapere vastissimo come dimensioni, qualità e piacere di ascolto. Una goduria da leggere. Subito dopo Grasso il professorale, un ibridatore feroce di definizioni che feriscono, come quella di Sgarbi, «incontinente anche nella bava alla bocca», oppure di Maurizio Costanzo «inventore della tv del dolore», o di Gigi Marzullo «imposto alla TV a forza di ripetizioni». Non giudica, incenerisce.

Ancora due immagini. Una è strettamente personale. Narra di quando l'autore venne assunto da Montanelli come critico televisivo. Cilindro cercava un critico che mordesse, cercava il suo Placido. Lo trovò, anche se il primo pezzo Nanni dovette riscriverlo in un'ora, dopo che lo aveva covato soffrendo per una nottata intera. E Montanelli gli disse: «beh, soffri un po' meno al prossimo». L'altro è Giancarlo Fusco, l'autore di Duri a Marsiglia, per esempio, tanghero, boxeur, giornalista, scrittore, amante della vita senza neanche avere un po' di pietà, un Michelangelo delle lettere con la patente di assassino. L'ultimo medaglione di Delbecchi è per quest'uomo, che oggi soltanto la casa editrice Sellerio sta facendo riscoprire agli italiani, orfani inconsapevoli di tanto scrittore.

Il libro è una corsa a perdifiato su è giù per le lettere patrie al servizio della cugina povera rinchiusa in cucina, ma che tutti vogliono andare a trovare nel cuore della notte, la TV. Il risultato è un linguaggio da narratore puro, rapsodico, a zig e zag come la televisione, e sorprendentemente bello. Praticamente visivo, da film. Scherzi a parte, questa è la storia vera della TV e dei suoi amori impossibili: i critici che l'hanno nutrita. Delbecchi compreso.

 

 
 
 
 
 
 
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