Dalla copertina nera arabesque esce un occhio; è lo sguardo di Shirin Ebadi, Premio Nobel per la Pace 2003 e avvocata iraniana. La copertina è quella del mensile Wired Italia (numero di dicembre), che a partire dal personaggio femminile e in accordo con i vertici della rivista - Chris Anderson (per l'America), David Rowan (per l'Inghilterra) e ovviamente Riccardo Luna (per l'Italia) - supportati dallo scienziato Umberto Veronesi e da Giorgio Armani, sono responsabili e sottoscrittori della proposta di attribuire a Internet il Nobel per la pace 2010.
Una donna e la rete, un popolo (quello iraniano) e il suo movimento nato a favore della democrazia e contro un regime dittatoriale, che diventa vivo e rappresentato a livello globale grazie alla rete.
Oggi, 25 novembre 2009, nella Giornata mondiale contro la violenza maschile sulle donne, l'idea che sia una donna 'velata' la protagonista di questa ingegnosa copertina l'incarnazione del concetto di libertà, difesa dei diritti, nonché punto di riferimento per una parte del mondo più spesso legata alla guerra che alla pace, assume un valore straordinario. Anche perché le donne sono quotidianamente costrette a subire la patinatura delle copertine con corpi femminili nudi o seminudi, ammicanti, provocatori, sessualmente procaci e forse rappresentati solo perché sessualmente stimolanti.
Il controcanto arriva da chi sostiene - e non a torto - che la rete è uno strumento e r-accoglie il buono e il cattivo 'contenuto' e tanti altri strumenti anch'essi più o meno buoni in funzione di chi e per quale fine li usa, e ruota intorno al pensiero che sia un'assurdità il voler attribuire una tale onoreficienza a qualcosa che cambia il suo valore in funzione di chi la usa - non dimentichiamo pedofili, terroristi, frodatori, ecc.
Eppure la reale rete di persone che quotidianamente si incontrano e confrontano sulla rete, esprimendo opinioni, informandosi a vicenda, creando gruppi e movimenti di protesta, in sintesi questa complessa e vasta ragnatela di esseri umani che generano un pensiero parallelo per contrastare una deriva di malepratiche così ampiamente diffusa e dai più accettata, è indubbio che essendo un valore vada riconosciuta. Proprio in funzione della promozione etica dell'uso di internet, proprio nella funzione propulsiva di dare spazio onore e visibilità a ciò che di buono circola nella società smettendo temporaneamente la pratica - ormai consuetudine dei media - di accanirsi in un gusto macabro per il l'incidente mortale, il crimine, la violenza, il delitto, lo scandalo, l'abuso, la bancarotta, ecc..
È bello che un giornale usi l'occhio - non ammaliante né seducente - neppure truccato con tradizionale maquillage, di una persona, una donna, per parlare al mondo delle nuove buone pratiche di una tecnologia, in sé priva di umanità, seppure complessa.
È rassicurante che dietro il velo oggi ci si proponga una donna che garantisce per sé e per gli altri, dotata di competenze che l'hanno emancipata e hanno reso possibile l'emancipazione di altri.
Insomma dietro questa copertina-velo, dietro questa proposta 'assurda' (e poi chi dei/lle cittadini/e del net, i netizen, andrebbe a ritarlo il Nobel?) si può leggere un messaggio più intenso perché diverso: una lezione di giornalismo, non omologante e credo in parte volutamente provocatoria, attenzione però in chiave non volgare e propositiva. E forse anche una lezione, punto. Perché la donna-gatto che si struscia sulla moto o sulla carrozzeria di un'auto, frutto delle più innovative tecnologie a disposizione, venga definitivamente abolita. Perché la violenza quotidiana sulle donne che deriva dal proporre quel modello femminile sui media e all'interno delle pubblicità (dai cartelloni sui muri, ai video dilaganti, fino alle pagine delle riviste) possa essere cancellata.