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Cultura
la ballata dell'amore salato
la copertina de 'La ballata dell'amore salato'
 

'La ballata dell'amore salato' - Intervista a Roberto Perrone

 
Il giornalista genovese del Corriere della Sera ci racconta il suo ultimo romanzo. Una storia d'amore all'ombra della Lanterna. E di Marassi. Di Giorgio Viaro
 

 
   

     
20 novembre 2009
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mentelocale di
Giorgio
Viaro
   
 
La trama del libro

Genova, 1990. È una fredda domenica di fine novembre e Girolamo Moggia aspetta a pranzo il figlio che deve arrivare da Milano, dove ha fatto carriera diventando un importante manager. Girolamo Moggia è un picchettino, uno di quegli operai che scendono nelle caldaie a pulirle quando una nave si ferma nel porto. Girolamo Moggia è un uomo pratico, di poche parole, anche ruvido, ma è uno senza maschera, che dice e fa quello che pensa. Per quel pranzo domenicale ha comprato i corzetti, una tipica pasta genovese, e non vede l'ora di cuocerli. Non tanto per la fame, quanto perché deve andare allo stadio. C'è il derby Genoa-Sampdoria, e non ha nessuna intenzione di perderselo. Ma il figlio tarda. Eppure devono discutere di questioni importanti. Girolamo Moggia è da poco diventato vedovo di una moglie molto amata, ma adesso tutto il suo amore, nato negli anni della guerra e cresciuto nel tempo, più forte delle differenze sociali, si è trasformato in rancore. Ogni volta che ripensa alla moglie, l'odio e la rabbia lo assalgono come una mareggiata cattiva in certi giorni d'inverno. Che cosa ha scoperto? No, non si tratta di un tradimento, anche se, in qualche modo, è come se lo fosse. E che cosa deve decidere adesso, così urgentemente, con il figlio? Qualcosa è intervenuto inaspettatamente a scompaginare le sue certezze, e adesso Girolamo Moggia, volente o nolente, si trova a farci i conti.

A leggere le sue cronache sportive sul Corriere della Sera, si nota sempre, attraverso il mestiere, la passione: quella di chi scrive e quella di chi è descritto. Come se il punto fossero le persone, più che i fatti.
Roberto Perrone, rapallese di nascita, milanese d'adozione e redazione, si porta appresso alla penna i suoi amori, come ogni giornalista sogna di fare: lo sport, la cucina, i viaggi. E da quando, nel 2003, ha pubblicato il primo romanzo (Zamora, Garzanti), quegli amori - tra tutti il pallone - lo accompagnano anche nella narrativa.

Il suo ultimo libro, La ballata dell'amore salato (Mondadori, 18 Eu) - sulla cui copertina azzurra una coppia elegante si bacia in riva al mare, come in un quadro di Jack Vettriano - raduna una volta di più quelle passioni, e lo fa sul piano inclinato del secolo breve, attraverso i decenni, tra le colline e i porti di Genova.
Protagonista Girolamo Moggia, figlio d'un ciabattino e d'un infanzia povera, di collina, tra otto fratelli. Il libro percorre la sua vita, avanti e indietro, tra la guerra delle nazioni e quella dell'anima: la moglie è morta da poco, ma Girolamo ha scoperto qualcosa, e ora non ne sopporta neppure il ricordo. Saranno un derby leggendario e l'eco d'un gol genoano (di Branco, correva l'anno 1990) l'epifania che segnerà la pace.

Abbiamo intervistato Roberto e gli abbiamo chiesto per prima cosa quanto di autobiografico ci sia nel libro.
«Il protagonista mi somiglia poco, con la sua assenza di paura e l'orgoglio della solitudine. Il personaggio mi serviva per il messaggio che volevo dare: nella vita, per quanto uno si assegni un sistema di regole, le sorprese sono sempre in agguato, quindi ogni schema è inutile.
C'è invece molto dei miei ricordi nelle situazioni e nei luoghi di cui racconto. Per esempio quando Girolamo da ragazzino vomita a causa dell'auto: capitava anche a me. Mio padre mi portava in auto al paese e io vomitavo. Anche la passione del protagonista per il ballo deriva da mio padre: era un grande ballerino di valzer, tango e mazurka».

Nel tuo romanzo il calcio è definito la terza passione, l'unica sopravvissuta, dopo la moglie e il ballo. Come si intreccia l'amore per il calcio con gli altri grandi amori della tua vita?
«Dopo 30 anni che giro il mondo scrivendo di calcio e vedendo di tutto, diciamo che la passione è un po' calata. Era formidabile quando ero un ragazzino. In televisione guardavo perfino le partite della serie B elvetica sulla televisione svizzera, ma ero pure uno dei tanti figeou che calpestava i campi della provincia, tra sfide di paese e tornei universitari. Oggi per me il calcio è soprattutto trovare il tempo per andare allo stadio con mio figlio, che per qualche scherzo del destino è diventato genoano come me. Quest'estate, durante le vacanze, siamo andati a vedere la prima partita europea del Genoa. Per il resto, la lettura e la scrittura, ma anche la cultura gastronomica, sono diventati più importanti del pallone. Anche se da vecchio tifoso sono sempre contento quando la squadra va bene».

C'è un derby che ricordi più degli altri perché ha avuto un ruolo particolare nella tua vita, come accade con quello del 1990 al protagonista del tuo libro?
«Sì, c'è. Era il 13 marzo del 1977, compivo vent'anni il giorno dopo. Vincemmo 2-1 in rimonta, con gol di Damiani e Pruzzo, che sbagliò anche un rigore.
La domenica andavo spesso a pranzo con mia madre da mia zia, in via Asiago. A fine pasto io e la zia scendevamo le scalette e andavamo allo stadio. Quella volta a pranzo c'era pure mio padre, e mia zia aveva un biglietto in più per il derby. Ma alla fine allo stadio ci venne mia madre, alla quale del calcio non era mai importato nulla, e probabilmente non aveva mai visto una partita. Mi ritrovai a vedere quel derby nella Nord tra mia madre e mia zia! E non un derby qualsiasi: non sono uno grande esperto di statistiche ma credo che fu l'ultimo che vincemmo proprio fino a quello del 1990».

 
 
 
 
 
 
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