|
Gianni Berengo Gardin non vorrebbe forse essere disturbato, mentre assapora un dolce fusion alla liquerizia.
Ma mi faccio avanti, siedo accanto a lui al mentelocale café e scambio due chiacchiere.
Ricordo i servizi di fotografia industriale e di architettura, quelli sui lavori nel porto di Genova, il volume sul cimitero di Staglieno.
Guardo Berengo Gardin, la sua barba grigia. Da qualche parte tiene la macchina fotografica; indossa anche il tipico giubbotto del "mestiere".
E' accompagnato dalla direttrice della comunicazione del FNAC Italia, che "supervisiona" l'intervista.
Gianni Berengo Gardin, lei è a Genova per l'inaugurazione del FNAC: qual è stata la motivazione dell'invito che le hanno rivolto?
Come fotografo sono sempre stato un maniaco del FNAC. Quando ero giovane, si andava a Parigi apposta, anche per i libri; c'era la possibilità di avere una tessera-sconto... e poi il lavoro culturale: in ogni negozio si esponevano fotografie. Ho sempre avuto un rapporto privilegiato con il FNAC. Ho fatto una grande mostra nel 1990 a Parigi, con la quale ho vinto il premio Brassaï. E adesso espongo al FNAC di Genova!
Come è la situazione dei fotografi italiani, oggi?
Ci sono i fotografi che vogliono fare i fotografi (e io sono uno di quelli) e ci sono i fotografi che vogliono fare gli artisti, e si dedicano alla ricerca fotografica.
E gli artisti che usano la fotografia?
Camminano a un metro da terra.
Come definisce il fotografo?
Un normale artigiano, con funzioni culturali.
Lei si sente un artigiano?
Direi di più: un manovale della fotografia.
A che cosa si dedica?
Non tendo a fare belle foto, ma buone foto, con contenuti di comunicazione e di racconto.
Qual è lo specifico della fotografia?
Quello che si ottiene dalla fotografia per documentare, per raccontare delle situazioni e degli eventi che non si conoscono. Penso alle foto finalizzandole alla pubblicazione sui giornali, piuttosto che per attaccarle ai muri.
Attaccarle ai muri?
Sì: chi usa la fotografia come un pennello vuole esprimere un proprio punto di vista. Lo fa per sé soltanto.
Maestri?
Magnum, Life, Farm Security Administration... tutti i fotografi che hanno fatto documentazione.
Oggi chi seguirebbe?
Oggi è un dramma. Le macchine superautomatiche sono solo impressionatrici di pellicole. Chiunque le usa, ma nessuno sa veramente vedere. Dopo tutto, in fotografia non si inventa più niente.
Quali sono gli elementi che privilegia nell'atto del fotografare?.
Il contenuto. Poi il lato formale - una vigliaccata che fai per accattivare l'attenzione. Infine la qualità dell'obiettivo.
Preferenze?
La Leica. Il grandangolare.
E le macchine digitali?
Non mi interessano. E non è soltanto una questione di qualità. Forse le userei se fossi giovane adesso.
Una pubblicazione consigliata per la "lettura" delle Sue foto?
Nella mia vita ho pubblicato 190 libri, a tutti i livelli. Ma consiglio il prossimo, che si intitola "Copyright Gianni Berengo Gardin": contiene il meglio di 45 anni di lavoro.
Lei è nato a Santa Margherita, ma vive a Milano. Che effetto le fa tornare a Genova?
Genova è sempre una gran bella città, proprio perché è "mossa" da salite e discese. Non amo le città piatte.
Che cosa fotograferebbe ancora a Genova?
Mi piacerebbe molto documentare la vita nel porto, ma di un porto che forse non esiste nemmeno più, con i facchini e le gru. Un vecchio sogno "romantico".
|